sabato 28 febbraio 2009

Il treno va...




Da 'La Repubblica' - 28 febbraio 2009

La rivincita del treno, sorpasso sull'aereo

Ma l'alta velocità non cancella i problemi dei pendolari e del Sud
Calano i passeggeri dei voli Roma-Milano, aumentano quelli del Frecciarossa

di ETTORE LIVINI

Sembrava la battaglia di Davide contro Golia. La sfida tra un residuo del '900, il treno, e il simbolo del futuro, l'aereo. E invece una tratta alla volta, con una mappa che ricalca fedelmente i progressi dell'alta velocità, le ferrovie continentali stanno riconquistando (e accorciando) l'Europa. Il buon esempio ha iniziato a darlo più di 25 anni fa la Francia, con il lancio del Tgv sulla Parigi-Lione. Imitata subito da Germania e Spagna. E ora persino l'Italia, buon ultima, si prepara a celebrare lo storico sorpasso della rotaia sui giganti del cielo. A soli due mesi dal debutto, infatti, il Frecciarossa ha già fatto Bingo sulla Roma-Milano, fino al 2008 l'unica gallina dalle uova d'oro dei conti Alitalia. "Abbiamo superato il 40% del traffico e ci stiamo avvicinando al 50%", ha esultato ieri l'ad delle Ferrovie Mauro Moretti. Certo, i servizi Fs per i pendolari e quelli per il sud del paese continuano a fare acqua da tutte le parti. Ma sul fronte dell'alta velocità, i numeri parlano chiaro. 

Dal 12 gennaio (debutto di Cai) ad oggi sui voli Fiumicino-Linate si sono imbarcati in media 2mila passeggeri in meno al giorno (-30% circa) mentre sui treni veloci ne sono saliti 2.300 in più (+32% con un significativo +64% per la prima classe, quella del traffico d'affari). Un trend destinato ad accelerare quando i tempi di percorrenza su questa tratta della Tav (oggi 3 ore e 30 minuti) si ridurranno di altri 40 minuti a fine anno e verranno lanciati servizi low-cost in seconda classe e negli orari meno appetibili. Una sorpresa? A dire il vero no. Da due decenni a questa parte in tutto il continente l'alta velocità non ha sbagliato un colpo. Sulle rotte inferiori alle due ore (come la Colonia-Francoforte e la Parigi-Bruxelles) ha battuto i vettori per ko, cancellando dal cielo i collegamenti aerei corrispondenti. Sui viaggi un po' più lunghi - fino alle 4 ore - si è dovuta accontentare di vittorie (comunque nette) ai punti: da Londra a Parigi fino a una decina di anni fa il 70% dei passeggeri sceglieva di volare. Oggi - con l'Eurostar che collega Tamigi e Senna in 2 ore e un quarto - il 70% viaggia su rotaia. Tra Parigi a Marsiglia (621 km che il Tgv si mangia in 3 ore) la quota di mercato del treno è salita in poco tempo dal 22% al 70%. Air France ha provato a resistere per un po' di tempo. 

Ma ora ha deciso di far di necessità virtù: prima ha ridimensionato una serie di tratte regionali operate in concorrenza con l'alta velocità (oltre a Marsiglia anche 
Strasburgo, Lione e Rennes); poi è entrata direttamente nel business ferroviario, firmando un accordo con Veolia che metterà su rotaia tra Parigi e Amsterdam e tra Parigi e Bruxelles treni con la livrea della compagnia. 

Qualche problemino l'ha avuto nel 2008 pure Iberia quando le Renfe, le ferrovie iberiche reduci dal grande successo del super-treno Madrid-Siviglia, hanno fatto debuttare il collegamento veloce tra Madrid e Barcellona, due ore e 35 minuti di viaggio contro l'ora di volo. Il copione è stato il solito: la quota dell'aereo su questa ricchissima tratta è scesa in poco tempo dall'88% al 40%. I motivi? Sempre gli stessi, in Spagna com'era stato in Francia e Germania e come è ora tra Milano e Roma: in treno si possono usare telefonino e computer, si evitano controlli di sicurezza sempre più lunghi e sofisticati. In più il servizio è regolare (gli arrivi puntuali a Barcellona sono il 98%) e meno condizionato da meteo e congestionamento degli scali aeroportuali. Non solo: in caso di ritardi superiori ai cinque minuti le Renfe rimborsano il biglietto. 

Iberia - che tra poco autorizzerà anche l'uso del cellulare a bordo - ha provato a rispondere all'offensiva riducendo i prezzi, accelerando a 15 minuti i tempi di imbarco e decidendo di vendere i biglietti a bordo, come su un pullman. Più o meno le stesse contromosse - dicono gli esperti - cui potrebbe ricorrere in un futuro non troppo lontano anche Alitalia per arginare la concorrenza del Frecciarossa. Ma alla fine ha dovuto prender atto della realtà, mettendo in servizio su questa rotta velivoli più piccoli. 

La sfida continentale tra treno e aereo è però al momento arrivata solo al primo atto. In tempi brevi sono infatti in arrivo diverse novità. La prima, ovvia, è l'ingresso in esercizio di diverse centinaia di chilometri di nuovi collegamenti ferroviari ad alta velocità. I lavori di posa, visto il successo del servizio, proseguono a pieno ritmo. Le reti francesi e tedesca sono già interconnesse. A fine anno le rotaie dei supertreni bucheranno i Pirenei per collegare a questa ragnatela mitteleuropea anche la Spagna. Anti-Tav permettendo, pure l'Italia tra pochi anni dovrebbe entrare in un network destinato a coprire l'Europa dal mare del Nord al Mediterraneo e dall'Atlantico a Mosca. 

Non solo: la liberalizzazione del servizio aumenterà la concorrenza, portando a un ulteriore calo del prezzo dei biglietti, tutto a vantaggio dei consumatori: Deutsche Bahn (Db) ha già annunciato che sbarcherà in Francia, le transalpine Scnf sono entrate nel capitale della Ntv di Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle, primo operatore privato in Italia. E dopo Air France, anche Lufthansa e Virgin Air stanno preparandosi a saltar dall'altra parte della barricata. I tedeschi hanno firmato un accordo con Db per cui i biglietti aerei includono nel prezzo il collegamento rapido via treno per il transito su città non servite da voli intercontinentali. Richard Branson, imprenditore cui certo non mancano fiuto e visione, ha già lanciato la Virgin Train che viaggia con un operativo integrato con quello della sua compagnia aerea. Il vantaggio nel loro caso è che i supertreni arrivano fin dentro agli aeroporti (vale anche per Parigi e Amsterdam) mentre l'Italia, con la consueta pianificazione non proprio lungimirante, non ha previsto il passaggio dell'alta velocità sui suoi due scali principali, Fiumicino e Malpensa (lontana 10 km dalla linea ferroviaria Tav Milano-Torino...). 

La Ue intanto ha già varato una sorta di centrale operativa continentale, Railteam, che unisce tutti i big del treno, con l'obiettivo di armonizzare anche i servizi di biglietteria, sincronizzare gli orari e creare un servizio di fidelizzazione tipo Mille miglia per attrarre più passeggeri. Le linee del consorzio puntano a far viaggiare 25 milioni di passeggeri già nel 2010 su un network che dovrebbe arrivare a 15mila chilometri alla fine del prossimo decennio. Allora, tra l'altro, la tecnologia dovrebbe aver consentito di dare un altro colpo di forbice ai tempi di percorrenza. Oggi in media i supertreni made in Europe viaggiano a una velocità di crociera attorno ai 300 chilometri all'ora. Ma il nuovo modello del Tgv francese ha già toccato in un percorso di prova una punta di 574 km./h. Il progresso corre, l'Europa su rotaie è destinata a diventare sempre più stretta. Il treno - perlomeno quello modello Formula 1 - è entrato di gran carriera nel terzo millennio. I pendolari del vecchio continente, alle prese sempre più spesso con un servizio che procede come un gambero, all'indietro, sperano solo di non essere stati dimenticati per sempre nel secolo scorso. 
(28 febbraio 2009)

Ma non eravamo vicini-cugini-amici-fratelli?

Per dovere di cronaca e di giustizia, ecco il comunicato di Palazzo Chigi che smentirebbe la frase incriminata del Presidente del Consiglio. E per una volta il sospetto è che siano stati davvero tv e giornali ad aver capito male. Resta il fatto che, come minimo, ha capito male anche il Presidente francese Sarkozy... Che ha potato Berlusconi glissando sulla sua battuta, con espressione accondiscendente. Lui era a pochi centimetri dal Premier italiano. Forse ha capito male anche lui. Non è una domanda retorica. Faccio notare tra l'altro che, sottotitolando la frase di Berlusconi, la tv francese che avrebbe smascherato la gaffe traduce "Io ti ho dato la SUA donna", con l'evidente errore grammaticale. "Moi je t'ai donné la tua donna" o "Tu sais que j'ai étudiè à la Sorbonne" che sia, i precedenti sono più che sufficienti a far incazzare le donne.

Replica di Palazzo Chigi a "quelli di Canal Plus e de La Repubblica"
27 Febbraio 2009
Questa è la replica di Palazzo Chigi a "quelli di Canal Plus e de La Repubblica"
La frase che il Presidente Berlusconi ha detto sottovoce al Presidente Sarkozy durante la conferenza stampa di martedì scorso a Villa Madama, mentre si stava parlando del riconoscimento in Italia dei baccalaureati, era semplicemente: "Tu sais que j'ai étudiè à la Sorbonne" (tu sai che ho studiato alla Sorbona).
Al Presidente Berlusconi hanno dato l'oscar della volgarità che non meritava. A loro spetta invece l'oscar della denigrazione che si meritano appieno.

venerdì 27 febbraio 2009

Dacci oggi il nostro Silvio quotidiano





Non lo pubblico certo per la novità o per il particolare interesse dell'articolo in sè...
Ma piuttosto per la fedele cronistoria delle corbellerie (come diceva la mia cara insegnante di italiano delle scuole medie) messe in fila dal Presidente del Consiglio.

Ma perchè dobbiamo sopportare che faccia fare agli italiani come categoria la figura degli stupidi? Mi domando a questo punto se non sia molto semplicemente perchè gli italiani (almeno quelli che si riconoscono in lui) sono stupidi. O no?

Da 'la Repubblica' - 27 febbraio 2009

Iniziativa di due parlamentari. Concia del Pd e Gottardi del Pd-Pse
"Violazione degli art. 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo"

"Berlusconi offende le donne. lo denunciamo alla Corte europea"

"In Italia, a causa del Lodo Alfano, non è possibile"
L'ultima battuta su Carla Bruni. E prima gli stupri, i matrimoni d'interesse...

di Giovanni Gagliardi

Roma - "Moi je t'ai donné la tua donna". Un misto di francese e italiano per una battuta, l'ennesima, del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Stavolta, al capo dello Stato francese, Nicolas Sarkozy. Il riferimento, è chiaro, è a Carla Bruni. La boutade, però, non è andata giù ad Anna Paola Concia, deputata del Pd, e Donata Gottardi, parlamentare europea del Pd-Pse. Che hanno deciso di sporgere denuncia contro il premier proprio per i suoi ripetuti riferimenti allusivi "di disprezzo" nei confronti delle donne. 

"Denunciamo Silvio Berlusconi, in qualità di presidente del Consiglio dei ministri italiano, alla Corte europea di Strasburgo per violazione degli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, a causa delle continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo sulla vita e la dignità delle donne", annunciano le due onorevoli, dopo quell'"Io ti ho dato la tua donna", che il Cavaliere ha rifilato a Sarkozy.  

Una goccia che ha fatto traboccare il vaso. Concia e Gottardi, sottolineando che "in Italia, a causa del Lodo Alfano, non è possibile denunciare il presidente del Consiglio alla magistratura", ricordano alcune delle dichiarazioni del premier che sono alla base della loro decisione: "Il  14 marzo 2008 in campagna elettorale: Berlusconi consiglia a una giovane precaria di sposare un miliardario per risolvere i suoi problemi economici. Il 25 gennaio 2009, durante un comizio elettorale a Sassari, teorizza che 'per evitare gli stupri servirebbe un militare per ogni bella donna'".  
E ancora, il 6 febbraio 2009, "l'inquietante dichiarazione su Eluana Englaro". Infine, "il 26 febbraio 2009, incontro internazionale con Sarkozy: Berlusconi, rivolgendosi al Presidente francese, lo avverte: 'Io ti ho dato la tua donna'". 

Quella che i francesi definiscono come "humour déplacé", ovvero l'ironia fuori luogo del premier, sembra destinata ad arricchire la galleria delle gaffe che lo rendono famoso anche oltreconfine. La battuta sull'"abbronzatura" di Obama ha fatto il giro del mondo, mentre quella  sui desaparecidos argentini, una decina di giorni fa, ha suscitato la reazione risentita di Buenos Aires. A Strasburgo in molti ancora ricordano quando, all'Europarlamento, presentando in aula le linee programmatiche del semestre italiano di presidenza Ue, Berlusconi diede del kapò nazista al deputato socialdemocratico tedesco, Martin Schulz. 

Lunga la lista delle categorie e delle persone bersagliate da Berlusconi con la sua passione per la battuta: i malati di  Aids, i giudici, ("mentalmente disturbati"), i cinesi (che avrebbero "bollito i bambini ai tempi di Mao") fino alla stessa moglie, oggetto di allusioni a proposito delle voci di una liason con Massimo Cacciari: in quell'occasione, il premier coinvolse l'omologo danese, e allora presidente di turno della Ue, Andres Fogh Rasmussen: "E' il primo ministro più bello d'Europa - disse - penso di presentarlo a mia moglie perché è anche più bello di Cacciari". 

Veronica Lario qualche anno dopo si tolse il sassolino dalla scarpa, con una  lettera a Repubblica. L'occasione arrivò dopo la cena dei Telegatti, nel gennaio del 2007: in quell'occasione Berlusconi pronunciò un paio di complimenti di troppo: "Io con te andrei ovunque", disse alla showgirl Aida Yespica. Poi, in un crescendo, una battuta a Mara Carfagna: "Se non fossi già sposato me la sposerei". Ma quella volta fu costretto a chiedere scusa.    

giovedì 26 febbraio 2009

Tutti per sè, ciascuno per sè


Se la ronda è pagata dai privati

di Francesco Merlo

Farci giustizia da soli, praticare la giustizia privata, è una pulsione che tutti proviamo e tutti nascondiamo. Tutti tranne i siciliani, che hanno sempre avuto le ronde dei picciotti e dei carusi, dei «volontari pagati dai privati» in difesa delle sorelle, dei cantieri, dei condomini, dei quartieri. E dunque è in Sicilia che bisogna andare ad imparare non solo l´arte del reclutamento, ma anche quella del pattugliamento. E´ in Sicilia che "il volontario della sicurezza" può apprendere la speciale camminata del protettore di strada che si sente "una carogna perbene", quell´"annacamento" che è il massimo del movimento con il minimo dello spostamento.La presenza che rassicura perché spaventa, la mezza parola, i baffoni a cespuglio o magari la loro variante padana, vale a dire il ciuffo manzoniano, quello dei bravi, tra i quali forse, all´inizio, c´era anche gente brava, di quella che vuole andare sino in fondo, sino a farsi cattiva per bontà. 
E´ vero che mai in Sicilia le ronde dei picciotti erano state così apertamente legalizzate. Mai l´antistato aveva ricevuto il battesimo dello stato come è avvenuto ieri sulla Gazzetta ufficiale che ha pubblicato il decreto. Di sicuro, però, le ronde dei volontari della sicurezza hanno la stessa origine delle ronde dei picciotti. Con la differenza che, in Sicilia, le autorità solo fingendo di non vedere le aiutavano, anche perché davvero i picciotti allora, proprio come oggi i volontari delle ronde, rispondevano ad un reale bisogno di ordine: eliminare l´irrequietezza contadina che alimentava il delitto grave, spesso brutale; tenere a bada la rabbia dei braccianti e dei senza terra che facilmente si mutava in violenza. 
Si sa che gli eredi di quelle ronde di gabellieri e di campieri sono le bande dei picciotti che si disputano il controllo del territorio: ronde contro ronde. Insomma, sia pur schematicamente, è così che è nata la mafia secondo molti storici. Il piemontese Diego Gambetta, forse il più accreditato, la definisce «l´industria della protezione privata» che «produce, promuove e vende fiducia alla stregua di una qualunque azienda, attraverso l´uso di un marchio». 
Anche adesso, nelle città italiane dove si concentra l´immigrazione, il deperimento della fiducia pubblica sta generando l´incontro tra la domanda e l´offerta di protezione privata. Non è la prima volta che la Lega coglie il disagio, ma anziché risolverlo lo aggrava. E´ infatti sicuramente vero che tra gli immigrati ci sono uomini famelici che vanno in giro per il mondo non portando con sé mogli e famiglie. E spesso vivono di espedienti, in baracche e in comunità di soli maschi. Per alcuni la sessualità può diventare il luogo dove si ricovera tutta la deiezione e il senso della sconfitta: nella libido si concentra la voglia di promozione, l´insoddisfazione, la rabbia. Insomma c´è purtroppo una cultura di sinistra che si ostina a negare il rapporto tra immigrazione e criminalità e a non vedere che alcuni di questi uomini, stranieri e predatori, utilizzano l´organo sessuale come una pistola o come un coltello da piantare nel corpo delle nostre donne, per rivalsa inconsulta.
Ecco perché la Lega, razzista per vocazione, ha l´occhio lungo. Le ronde, che anche i privati - in base a questo decreto - hanno il diritto di organizzare a pagamento, sono un altro dei prodotti della sua inesauribile creatività malefica. Con il risultato paradossale di uno stato che organizza l´antistato. A partire dal reclutamento che, Sicilia docet, avviene sempre tra gli spostati, i disoccupati, gli arrabbiati oltre che «in via prioritaria, tra gli appartenenti, in congedo, alle Forze dell´ordine, alle Forze armate e agli altri Corpi dello Stato», che sono gli ex in cerca di soprassoldo e di sopragloria.
Gli uomini vengono messi in congedo perché hanno già dato e dunque non sono più adatti. Spesso i migliori di questi uomini d´ordine in pensione sono chiamati dalle università per raccontare quel che non possono più fare, si dedicano alla testimonianza e alla memorialistica, magari solo con i figli e i nipoti. Ebbene, adesso torneranno in servizio, con l´antiacido in tasca e con la prostata infiammata e la voglia di dimenticare d´essere logorati. Non è da loro che viene il pericolo, anche se l´inadeguatezza comica è spesso all´origine di grandi tragedie. Il pericolo maggiore viene dai giovani energumeni che certamente li affiancheranno con l´idea mitica che si può anche diventare gangster al servizio della legge. Chi, infatti, è disposto ad arruolarsi nelle ronde, a iscriversi, come dice la Gazzetta Ufficiale, «nell´apposito elenco tenuto a cura del prefetto, previa verifica da parte dello stesso, sentito il Comitato provinciale per l´ordine e la sicurezza pubblica, dei requisiti necessari»? Disturbati, arditi civili, picciotti. Grazie alla legge daranno concretezza al mito della giustizia privata che viene prima del monopolio della forza, la giustizia che precede l´intervento dello Stato e salta i processi, le leggi, i tribunali, un mito ambiguo perché sempre accanto alla ripulsa c´è pure l´attrazione.
E cosa significa che non sono armati? I pugni non sono armi?. E i piedi non sono armi? E se dovessero prenderle e magari pure farsi male, non diventerebbe naturale tenere, nascosti ma a portata di mano, qualche corpo contundente, o qualche arma più propria? Ed è ovvio che tutte le piccole comunità che si sentono in pericolo – e chi oggi non si sente in pericolo? – cercheranno di farsi la ronda privata, e un giorno ci saranno magari in giro anche le ronde di sinistra contrapposte a quelle di destra, e sempre le ronde coveranno gli estremismi. E quando le ronde si imbatteranno nel crimine davvero riusciranno a fermarlo in tempo senza produrre altro crimine?
Insomma tutti capiscono che è stata attivata una mobilitazione di violenza, dove le ronde di popolo si organizzano e si sostituiscono allo Stato e agli specialisti di Stato che sono appunto poliziotti e magistrati, detentori di un sapere e di una tecnica – e anche di una speciale umanità – che nessuno può surrogare se non a rischio di creare appunto un antistato, fatto di mille ronde diverse in concorrenza tra loro, ronde che inevitabilmente degradano l´idea stessa di polizia, proprio come i guaritori di strada degradano la medicina. Non arriviamo a negare che qualche volta non ci sia dignità di giustizia anche nella giustizia privata. Ci spaventa l´idea che l´Italia diventi il paese delle ronde contrapposte. Dietro le tapparelle, al di là dei gerani ai balconi, protetto dai cortili vuoti, ribolle il magma dell´astio italiano: in questo momento due milioni di vicini di casa si stanno azzuffando e sempre per futili motivi. A riprova che la futilità in Italia è la cosa più seria del mondo.

mercoledì 25 febbraio 2009

Se qualcuno li ascolta




Pubblicata su 'Micromega'

Testamento biologico

Lettera aperta all’onorevole Franceschini

Umberto Veronesi, Andrea Camilleri, Stefano Rodotà, Paolo Flores d’Arcais: Gli emendamenti del Pd sulla legge "fine-vita" non sono una mediazione, sono una resa.

Stimato onorevole Franceschini,
appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.
Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.
E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).
Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. 
Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).
Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.
E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile - per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione - lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte. 
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.
Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.
Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi
(25 febbraio 2009)

domenica 22 febbraio 2009

Grande, grande, grande

Regola numero 1: sparale grosse, sempre più grosse, sempre più spesso, non ti fermare davanti a nessuna critica sensata. Dì che sono tutte bugie, fraintendimenti, interpretazioni. E continua a spararle grosse. Alla fine la gente, se anche non ti crederà, sarà assuefatta. Leggerà la realtà attraverso le tue balle. Non avrà più gli strumenti per dire e affermare che le cose stanno diversamente, molto diversamente. La Bibbia del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha trovato oggi nuova occasione per essere applicata: la conferenza stampa di Berlino, al vertice dei Paesi europei del G20, vertice preparatorio del summit di Londra che si terrà il 2 aprile. L'intervento di Berlusconi è stato uno spot pubblicitario alle (ancora...) magnifiche sorti e progressive del nostro Paese. E soprattutto ai mirabili e tempestivi interventi del governo per aiutare i cittadini italiani a superare la crisi. Per favore, riesce qualcuno a trovare conferma del fatto che in Italia oggi "un lavoratore che perde il lavoro percepisce il 70% della retribuzione principale"? E ancora: dove sono le tracce dell'intervento da 40 miliardi di euro varato dal governo? Dopo le dichiarazioni del Premier, un articolo del Sole a riguardo:

«Lasciatemi parlare per un secondo del nostro Paese - ha sottolineato il premier -. La situazione è migliore nel mio Paese rispetto alle difficoltà che ho sentito oggi al vertice, l'Italia ha un sistema bancario solido, non ci sono titoli tossici, il nostro Paese è un popolo di risparmiatori, in Italia il lavoratore che perde il lavoro percepisce il 70% della retribuzione principale, il governo italiano si è mosso con tempestività assoluta, mettendo a disposizione 40 miliardi di euro per la risoluzione della crisi».

Da 'il Sole 24 ore'

4 febbraio 2009

Sulle risorse anti-crisi un puzzle ancora da comporre

di Marco Rogari

Una storia che parte da lontano. È quella della "dote" del piano anti-crisi italiano. È infatti il 15 novembre 2008 quando, alla fine del G-20 convocato negli stati Uniti per affrontare "l'emergenza globale", il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro Giulio Tremonti annunciano per la prima volta che l'Italia è pronta a mettere in campo complessivamente 80 miliardi di euro. Un intervento, precisano il premier e il titolare dell'Economia, pari a 5 punti di Pil, destinato per circa 40 miliardi ad essere "alimentato" dall'accelerazione della spesa pubblica e privata derivante dallo sblocco di fondi in compartecipazione europea.Due settimane più tardi, il 28 novembre, il Consiglio dei ministri vara il decreto anti-crisi (n. 185/2008), poi approvato dal Parlamento alla fine di gennaio. Il Dl diventa la terza punta del tridente utilizzato dall'Esecutivo per fronteggiare l'emergenza, di cui fanno parte anche i due provvedimenti cosiddetti "salva-banche" che però non hanno una ricaduta diretta sui conti pubblici.Quando esce da palazzo Chigi il valore per il 2009 del decreto anti-crisi è di circa 6,3 miliardi. Ma alcuni giorni dopo, nel passaggio del testo alla Camera, si scopre che il reale impatto sul 2009 delle misure varate dall'Esecutivo è di poco inferiore ai 5 miliardi e che la copertura finanziaria scende anche per il 2010 (da 2.347 a 2.112 milioni) e per il 2011 (da 2.670 a 2.434,5 milioni). I relatori di maggioranza del provvedimento a Montecitorio affermano che i ritocchi al ribasso sono da imputare ad errori tecnici nella "contabilizzazione" originaria.Anche dopo la conversione in legge del decreto il Governo continua a far riferimento ad un intervento da 40 miliardi per il triennio 2009-2011, potenzialmente elevabili a 80 miliardi grazie all'utilizzo dei fondi Ue. Lunedì scorso il premier spiega come si arriva a quota 40 miliardi: «Basta sommare i 6 miliardi di riduzione del decreto sull'Iva, i 16 miliardi per le infrastrutture che siamo finalmente riusciti a sbloccare, i 10 miliardi di finanziamento alle imprese e gli 8 miliardi per gli ammortizzatori sociali». Quasi tutte queste voci hanno una loro storia e, di fatto, uno specifico iter.Sul fronte delle infrastrutture, dei 16,6 miliardi citati dal Governo, l'iniezione vera di risorse pubbliche per i cantieri ammonta al momento a 5,9 miliardi, tutte provenienti dal Dl 185 e dalla sua attuazione: 3,7 miliardi sono alimentati dalla riprogrammazione del Fas (ma con la cassa tutta da definire) e 2,3 miliardi di legge obiettivo, ancora da distribuire. Per arrivare alla cifra di 16,6 miliardi si devono includere: circa 3,7 miliardi distribuiti effettivamente dal decreto anti-crisi a valere sui fondi Fas ma destinati al finanziamento dei treni regionali delle Ferrovie e all'emergenza Tirrenia; circa 7 miliardi di opere autofinanziate da concessionari privati delle autostrade del Nord che hanno avuto un iter lungo dieci anni e potrebbero aprire i cantieri nel 2009.La riduzione Iva citata dal premier sembra collegata, a differenza dei 10 miliardi di finanziamenti alle imprese che non appaiono facilmente delimitabili, all'articolo 9 del decreto anti-crisi relativo alla restituzione dei rimborsi fiscali ultradecennali. Articolo che, nella versione approvata dal Parlamento, riguarda anche la velocizzazione dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione. Entrambe le operazioni dovrebbero scattare sulla base delle risorse (5,7 miliardi l'anno) in origine destinate al "saldo" delle "pendenze" sull'Iva auto aziendale (legate alla nota sentenza della Corte di giustizia Ue) poi però rimaste in larga parte inutilizzate a causa del ridimensionamento della portata della vicenda. Risorse che, tra l'altro, secondo quanto affermato dall'Agenzia delle entrate il 30 dicembre scorso sarebbero già state parzialmente utilizzate per avviare i pagamenti (nei primi mesi del 2009) di rimborsi Irpeg per 3 miliardi e di rimborsi Irpef per 300 milioni (e non quindi di rimborsi Iva).Quanto agli ammortizzatori sociali, a tutt'oggi le risorse stanziate raggiungono quota un miliardo e 26 milioni, (che potrebbe salire a quasi 1,2 miliardi per effetto di alcuni interventi "collaterali). In origine la manovra estiva aveva autorizzato fondi per 600 milioni poi quasi raddoppiati con la Finanziaria e il Dl anti-crisi. Decreto che contiene anche la cornice legislativa per irrobustire ulteriormente la dote. Il negoziato con le regioni, oltre che con la Ue, è ancora in corso: il Governo chiede 2,7 miliardi alle autonomie, mettendo sul piatto 5,3 miliardi (non facili da reperire). C'è poi la partita sugli eventuali 40 miliardi da attingere da fondi Ue e regionali. Operazione non semplice, visto che l'obiettivo sembrano essere i fondi del Quadro strategico nazionale 2007-2013 che si compone sia di fondi strutturali (contributo comunitario) sia di cofinanziamento nazionale. Questi fondi, indirizzati a singoli assi e priorità, sono contenuti in Programmi operativi regionali e nazionali già approvati da Bruxelles. E rinegoziarne i contenuti con la Ue potrebbe richiedere tempi più lunghi di quelli richiesti da interventi di urgenza.

Per fortuna il Vaticano ci ha ripensato




Per una volta avevamo detto qualcosa di logico, saggio, quasi scontato nella sua ovvietà. Ma ribadire non guasta mai. Per fortuna ce ne siamo accorti! E abbiamo subito corretto il tiro. Evviva dunque le ronde. Anzi, mi raccomando, se avete una pistola, tenetevela ben stretta, sotto il cuscino, con il colpo in canna. Di questi tempi non si sa mai, cun tot 'sti negher, zingari, e brota zent che c'è in giro! Che Dio vi benedica. Andate in pace.

Dalla Agenzia Stampa ilVelino.it

Ronde, la Santa Sede prende le distanze da Mons. Marchetto

Roma, 21 feb (Velino) - La Santa Sede prende le distanze dall’intervento del segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti. Mons. Agostino Marchetto aveva criticato ieri con forza le “ronde” approvate dal governo, posizione che da alcuni organi di stampa è stata attribuita al Vaticano. A fare giustizia di interpretazioni affrettate è stata diffusa oggi una messa a punto del portavoce della Santa Sede. Padre Federico Lombardi ha sottolineato in una nota come “non di rado i mezzi di informazione attribuiscono al ‘Vaticano’, intendendo con ciò la Santa Sede, commenti e punti di vista che non possono esserle automaticamente attribuiti”. Padre Lombardi ha poi precisato che la Santa Sede “quando intende esprimersi autorevolmente usa mezzi propri e modi consoni”, come “comunicati, note, dichiarazioni”. “Ogni altro pronunciamento – ha aggiunto Lombardi - non ha lo stesso valore. Anche di recente, si sono verificate attribuzioni non opportune. La Santa Sede, nei suoi organi rappresentativi, manifesta rispetto verso le autorità civili, che nella loro legittima autonomia hanno il diritto e il dovere di provvedere al bene comune”.

La Santa Sede prende le distanze dall’intervento del segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti. Mons. Agostino Marchetto aveva criticato ieri con forza le “ronde” approvate dal governo, posizione che da alcuni organi di stampa è stata attribuita al Vaticano. A fare giustizia di interpretazioni affrettate è stata diffusa oggi una messa a punto del portavoce della Santa Sede. Padre Federico Lombardi ha sottolineato in una nota come “non di rado i mezzi di informazione attribuiscono al ‘Vaticano’, intendendo con ciò la Santa Sede, commenti e punti di vista che non possono esserle automaticamente attribuiti”. Padre Lombardi ha poi precisato che la Santa Sede “quando intende esprimersi autorevolmente usa mezzi propri e modi consoni”, come “comunicati, note, dichiarazioni”. “Ogni altro pronunciamento – ha aggiunto Lombardi - non ha lo stesso valore. Anche di recente, si sono verificate attribuzioni non opportune. La Santa Sede, nei suoi organi rappresentativi, manifesta rispetto verso le autorità civili, che nella loro legittima autonomia hanno il diritto e il dovere di provvedere al bene comune”.

Mons. Marchetto aveva definito ieri l’istituzione delle ronde di cittadini volontari per la sicurezza nelle città, decisa dal Governo, come una “abdicazione dello Stato”. L’arcivescovo aveva messo in guardia sui rischi di un tale provvedimento, in queste associazioni di cittadini, aveva detto, “potrebbero entrare fanatici, xenofobi, persone che non hanno il senso della legge e si fa prendere dai sentimenti”, dunque, invece che risolvere il problema degli immigrati la misura sarebbe potuta sfociare in “giustizia fai-da-te”. L’arcivescovo aveva poi aggiunto che “i cittadini devono certamente contribuire” alla sicurezza delle città, ma le ronde “non sono la modalità normale, ci sono altri mezzi come la segnalazione dei pericoli”, e vigilare sul territorio è “compito delle forze dell’ordine”. Il segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti si era mostrato scettico anche sull’allungamento dei tempi di permanenza degli immigrati nei Centri di identificazione che “rischia di avallare la criminalizzazione degli immigrati irregolari”, mettendo l’immigrazione “al pari dei reati comuni” e contravvenendo di fatto al “diritto all’immigrazione”, previsto sia nei trattati internazionali, sia in diversi documenti e dichiarazioni della Santa Sede.

sabato 21 febbraio 2009

Il federalismo fiscale spiegato da Visco

...non ha certo evitato i tecnicismi...Ma chiarisce molte molte cose.

Da 'Il Sole 24 ore' del 15 febbraio 2009

Federalismo, come migliorare

di Vincenzo Visco

Il DDL sul federalismo fiscale dovrebbe dare attuazione all’art. 119 della Costituzione relativo al finanziamento degli enti decentrati (Regioni, Province, Comuni). La convinzione diffusa è che in proposito ci sarebbe molto da fare e da innovare, così come molti sono convinti che il testo approvato dal Senato non sia poi così male. In realtà le cose stanno diversamente. Alcune considerazioni possono quindi risultare utili:
1) Il livello di decentramento fiscale e finanziario che già esiste in Italia è -contrariamente a quanto molti credono- molto consistente e quantitativamente più che adeguato: negli ultimi 10 anni (1995- 2006), infatti le entrate tributarie proprie delle amministrazioni locali si sono triplicate passando dal 15% del totale delle entrate ad oltre il 44%; analogamente la quota di entrate tributarie proprie rispetto alle entrate tributarie complessive di tutte le amministrazioni pubbliche è passata dall’8% circa al 22%, a queste entrate vanno ancora aggiunte le compartecipazioni e i trasferimenti residui.
Negli altri paesi tale percentuale risulta (nel 2006) pari a circa il 12% in Germania, 14% in Austria, 12% in Spagna, e al 5% circa in Gran Bretagna, L’autonomia tributaria degli enti decentrati in Italia è quindi già oggi considerevolmente più ampia di quella riscontrabile in altri paesi anche federali. Per quanto riguarda le spese, la quota delle spese locali sulla spesa pubblica primaria risulta del 33%, percentuale molto elevata che, al netto degli interessi e della spesa per le pensioni, indica che già oggi le risorse disponibili per finanziare i servizi pubblici si ripartiscono in maniera paritaria tra Stato e amministrazioni locali: 50% e 50%.
Ne deriva che non vi è alcun bisogno di realizzare in Italia il federalismo fiscale: esso infatti è stato già realizzato dalle riforme degli anni ’90; ciò di cui ci sarebbe bisogno oggi è di sistemarlo, di completarlo e soprattutto perequarlo;
2) L’elenco dei tributi propri degli enti decentrati è di tutto rispetto: 13 voci per le regioni cui si aggiungono le compartecipazioni all’IVA e all’accise sulla benzina; 5 per le province più una compartecipazione Irpef; 9 più una compartecipazione Irpef per i Comuni. Il grado di autonomia esistente è quindi notevole. Anche volendo sarebbe difficile fare di più;
3) E’ convinzione molto diffusa che le Regioni del nord dispongano di minori risorse che non quelle del sud rispetto a quanto sarebbe “giusto”; i dati disponibili mostrano una realtà alquanto diversa: la spesa pro-capite delle regioni meridionali è infatti inferiore di 23 punti rispetto a quella delle regioni del nord, mentre la pressione tributaria (riferita a imposte erariali, Irap e addizionali regionali) risulta in non poche regioni del sud allo stesso livello e talvolta superiore a quella delle regioni del nord: in altre parole, al sud rispetto al nord si spende meno e si tassa ugualmente;
4) L’equivoco su questo punto deriva dalla confusione generata dall’asserito principio della territorialità delle imposte, secondo cui i territori più ricchi avrebbero diritto a disporre di maggiori risorse da spendere. Tale principio è privo di senso in uno stato unitario, all’interno del quale ciò che è importante è che tutti i cittadini, ricchi e poveri, siano trattati nello stesso modo dalle leggi in vigore (stesse tasse e eguali servizi), mentre acquista un chiaro significato se ci si muove in un’ottica e in una prospettiva secessionista: in questo caso infatti ogni regione è uno stato autonomo che dispone autonomamente delle proprie risorse. Contrariamente a quanto si afferma, il ddl è interamente impregnato e intriso della logica della territorialità;
5) Il DDl non fa i conti con le risorse disponibili, al contrario rischia di aumentare fortemente la spesa pubblica (e a favore delle regioni del sud), là dove prevede (sia pure in maniera piuttosto vaga) di portare i servizi forniti dalle regioni del sud agli stessi livelli (e costi) prevalenti al nord: dato il divario oggi esistente si tratta di un programma piuttosto ambizioso. A ciò si aggiunge che, in base al criterio della territorialità, gli amministratori del nord si attendono maggiori risorse di quelle di cui attualmente dispongono, cosa che non potrà avvenire con le disponibilità esistenti. La soluzione di questa contraddizione potrà essere trovata o aumentando il disavanzo dello Stato centrale (soluzione tipica degli stati federali con governi deboli, come quelli del sud-america), o ridimensionando fortemente il livello dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) con l’idea che le regioni del nord più ricche possano recuperare autonomamente le risorse necessarie grazie al sistema di compartecipazioni previste. Altri rischi per la finanza pubblica derivano dalla previsione che nel caso in cui la convergenza della spesa storica verso i livelli corrispondenti alle capacità fiscali di ciascuna regione non dovesse verificarsi in cinque anni, lo Stato dovrebbe farsi carico dell’eccesso di spesa; questa richiesta che sconta l’inefficienza di alcune regioni (prevedibilmente del sud), avanzata dai rappresentanti delle Regioni era stata rifiutata dal governo Prodi. La logica infatti è quella classica: in un gioco a somma zero, se si trova un terzo che paga, non c’è più ragione del contendere.
6) Il DDL non prevede un adeguato vincolo di bilancio per gli enti decentrati, al contrario la prevalenza per il finanziamento delle spese delle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, delle riserve di aliquota sugli stessi tributi, ecc. fa sì che la responsabilità fiscale rimanga allo stato centrale mentre si conferma e rafforza il potere di spesa delle Regioni e degli altri enti. Il federalismo del ddl appare quindi finanziariamente poco responsabile
7) Il ddl fa molto affidamento sul criterio del costo standard come strumento di controllo delle spesa locale. L’uso di criteri e paramentri uniformi non può che essere condiviso, tuttavia la mitizzazione che viene fatta dei costo standard è sicuramente eccessiva anche perché i dati necessari per costruirli non esistono e non esisteranno per parecchi anni. E’ facile prevedere l’evoluzione del costo standard verso una spesa media più o meno ponderata che sarebbe in ogni caso preferibile rispetto alla situazione attuale. L’adozione del costo standard –comunque- comporta una consistente redistribuzione di risorse, non tanto tra le regioni (la spesa sanitaria pro-capite è poco sperequata, e inferiore al sud dove esistono invece seri problemi di efficienza), quanto tra i comuni (che forse non a caso in passato si sono sempre rifiutati di rinunciare al criterio della spesa storica), e tra i comuni privilegiati molti sono collocati al nord.
Ben difficilmente il costo standard potrà contribuire a risolvere il problema fondamentale della spesa pubblica al sud, vale a dire la sua inefficienza, gli sprechi, ecc.; a tal fine più utile sarebbe l’utilizzo deciso di poteri sostitutivi, o il ricorso a qualche forma di federalismo differenziato.
8) Il ddl non fa nulla per controllare e rivedere ruolo e risorse delle regioni a statuto speciale che dispongono di trattamenti privilegiati che dopo l’approvazione del titolo V non hanno più ragione di essere. Al contrario, l’aspirazione (impossibile) del ddl è di trasformare anche le regioni a statuto ordinario in simulacri di regioni speciali.
9) L’aspetto tecnicamente più sconcertante del ddl è la vera e propria demolizione che viene operata dell’Irpef che in tutti i paesi, federali o meno, rappresenta l’imposta cardine dell’autonomia impositiva del governo centrale sia per il gettito che essa è in grado di fornire, sia perché attraverso la sua progressività e le sue variazioni si esercitano gli indirizzi di politica redistributiva. L’Irpef viene infatti trasformata in 21 diverse imposte regionali, ognuna con proprie aliquote, detrazioni, ecc. Ciò avviene attraverso la previsione di un’aliquota riservata, vera e propria imposta autonoma regionale sulla stessa base imponibile statale, ma con possibilità autonome di intervento, cui si aggiunge una riserva di aliquota, vale a dire una frazione del gettito assicurato dalla struttura delle aliquote statali, e un’addizionale Irpef con aliquote variabili a seconda delle dimensioni dei comuni, In sostanza l’imposta viene privata di ogni logica e coerenza, viene meno la parità di trattamento dei contribuenti a parità di reddito, e si creano complicatissimi problemi di gestione per i sostituti di imposta e per chiunque voglia fare una dichiarazione dei redditi. Nell’intero dibattito sul federalismo fiscale svolti negli anni passati il punto principale aveva riguardato la necessità di evitare di fondare le compartecipazioni al gettito su tributi troppo variabili dinamicamente e territorialmente; scegliendo l’Irpef anziché per esempio l’IVA si accentuano le esigenze di perequazione tra regioni e crea un meccanismo di drenaggio automatico del gettito dello Stato alle regioni che andrà corretto anno dopo anno dal momento che l’Irpef è l’imposta più dinamica rispetto alla base imponibile che esiste nel nostro sistema fiscale.
In conclusione senza robusti interventi correttivi, il federalismo fiscale Italian style, non solo non potrà funzionare ma sarà fonte di problemi seri per tutti.

Ciechi, sordi e coglioni - 2






Dal sito www.agoravox.it

La morte della giustizia
di Salvatore Borsellino

Mi è arrivata in questo momento una notizia alla quale la mia mente si rifiuta di credere.

Sono ormai abituato nei 17 anni che sono passati dall’assassinio di Paolo a continuare a vederlo ripetutamente massacrato da tutte le volte che è stata negata la giustizia per quella strage.

Da tutte le volte che delle indagini sono state bloccate, dei processi sono stati archiviati nel momento in cui arrivavano ad essere indagati i veri autori di quella strage, i veri assassini di Paolo e dei ragazzi della sua scorta. Quelli che hanno procurato l’esplosivo di tipo miltiare necessario per l’attentato, quelli che dal castello Utveggiohanno premuto il pulsante del telecomando che ha provocato l’esplosione, quelli che in una barca al largo del golfo di Palermo attendevano la comunicazione dell’esito dell’attentato, quelli che si sono precipitati sul luogo dove le macchine continuavano a bruciare, calpestando i pezzi di quei cadaveri e camminando nelle pozzanghere formate dal sangue di quei ragazzi, per potere prelevare l’agenda rossa di Paolo e insieme ad esse le prove della scellerata trattativa tra mafia e Stato per portare avanti la quale Paolo doveva essere eliminato.

Credevo di essere ormai abituato a tutto, di riuscire a resistere a qualsiasi disillusione, a qualsiasi venire meno della speranza di ottenere Giustizia, ma questa volta il colpo è troppo forte, questa volta non so se riuscirò a reggerlo.

Il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura di Caltanissetta, retta da Sergio Lari, a fronte della sentenza di assoluzione emanata dal GUP nei confronti del Cap. Arcangioli era inoppugnabile. Quella sentenza grida vendetta sia per quanto riguarda la forma giuridica che la sostanza.

Basta guardare, nelle fotografie e nei video, il Cap. Arcangioli. Si vede un uomo che si allontana dalla macchina con il suo bottino tra le mani per consegnarlo a chi gli ha ordinato di sottrarre quella preziosa testimonianza autografa dello stesso Paolo suoi motivi del suo assassinio.

Basta questo per capire che non possono essere in alcun modo accettate le motivazioni addotte dallo stesso Arcangioli per giustificare le innumerevoli e discordanti versioni date per giustificare le sue presunte amnesie sulle persone alle quali quella borsa era stata consegnata. Per riapparire, due ore dopo la sua scomparsa, sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma vuota del suo prezioso contenuto.

Quell’uomo che si allontana guardandosi intorno con espressione sicura e che si guarda intorno per verificare se qualcuno lo sta osservando non è un uomo sconvolto, è un uomo sicuro di se e a cui non importa se è fatto di sangue e di pezzi di carne il terreno su cui cammina.

E’ un uomo che sta compiendo una azione di guerra e deve portarla a termine.
E se così non fosse, se il Cap. Arcangioli fosse innocente e non fosse lui ad avere sottratto quella agenda, gli dovrebbe essere data la possibilità di difendersi in un pubblico dibattimento, di difendersi davanti all’opinone pubblica da un’accusa così infamante con la stessa visibilità che è stata data ai processi dei coniugi di Erba, di Meredith, della Franzoni o alla pretesa agonia mediatica di un povero corpo morto ormai da 17 anni come quello di Eluana.

Ma la Giustizia in Italia è ormai marcia, eliminati senza bisogno di tritolo quei giudici che hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione del sistema di potere, intimoriti gli altri magistrati con gli esempi di provvedimenti disciplinari inauditi e da espulsioni dalla Magistratura per giudici che cercavano soltanto di ottemperare al giuramento prestato allo Stato al momento di intreprendere il loro servizio a quello Stato in cui avevano creduto, si è ormai arrivati alla fase finale.

Per legge si proclama che il nero è bianco e che la realtà non è quella che vediamo. É quella che DOBBIAMO vedere.

LA GIUSTIZIA E’ MORTA.

Ciechi, sordi e coglioni

Dal 'Sole 24 ore' 18 febbraio 2009

Condanna Mills «imbarazzante» per Berlusconi, ma l'Italia glissa
di Elysa Fazzin

Verdetto «imbarazzante» per Berlusconi, una sentenza che in molti Paesi farebbe tremare l'establishment politico, ma in Italia «non era nemmeno tra i titoli di testa del telegiornale della sera». La condanna dell'avvocato inglese David Mills è invece in evidenza sulle home page di molti siti britannici e oltreoceano attira l'attenzione del New York Times, che si stupisce: «La storia del giorno non era quella della corruzione, ma dell'espansione del potere di Berlusconi in Italia», con la vittoria in Sardegna e le dimissioni di Walter Veltroni.

Mills, si legge sul New York Times, è stato condannato per avere preso una mazzetta «in cambio di avere mentito per proteggere il Primo ministro». Berlusconi era co-imputato fino all'anno scorso – spiega il quotidiano Usa - quando ha fatto approvare in Parlamento una legge che dà l'immunità alle più alte cariche, «in particolare a lui». Il miliardario, «che possiede il più grande impero italiano dei media», «è stato ripetutamente condannato per corruzione», ma le imputazioni sono state rovesciate in appello o sono scadute per decorrenza dei termini. Si è sempre dichiarato non colpevole, precisa il giornale newyorchese. «Più Berlusconi volge il sistema a suo vantaggio, più gli italiani sembrano ammirarlo». 

Nel servizio di Rachel Donadio viene citato Sergio Romano, che si domanda perché parte della società italiana non sia scandalizzata. E Alexander Stille, secondo cui «gli italiani si sono convinti che la politica è una cosa sporca, tutti hanno scheletri nell'armadio, i giudici hanno dato più attenzione a Berlusconi … e quindi hanno trovato più scheletri». Mills – continua il New York Times - è stato condannato a quattro anni e mezzo, ma difficilmente andrà in carcere. «In base alla legge italiana, la prigione comincia solo dopo la sentenza definitiva. Ed è improbabile che i due round di appelli possibili finiscano prima del 2010, quando decorrerà il termine di dieci anni previsto per casi del genere». Analogamente, «se Berlusconi resterà in carica fino ad allora, perirà anche il caso contro di lui». 

«La corte dice che Mills ha preso la mazzetta di Berlusconi», è il titolo del Financial Times, che senza fare distinguo sulla provenienza dei soldi scrive: Mills è stato condannato a quattro anni e mezzo per avere accettato «una mazzetta di 600mila dollari da Silvio Berlusconi, ora il premier italiano», in cambio di «false testimonianze» in due processi. 

Berlusconi, che ha spesso accusato i magistrati italiani di volersi fare «vendetta» nei suoi confronti, «sarà molto imbarazzato dal verdetto», scrive ancora il Financial Times, in un servizio firmato da Vincent Boland e Guy Dinmore. Il quotidiano fa notare che la legge sull'immunità è al vaglio della Corte costituzionale. «Se dovesse pronunciarsi contro l'immunità, il suo processo, nel quale era co-imputato, ricomincerebbe daccapo». I suoi collaboratori hanno trattato il caso come «un fastidioso ostacolo» al compito più importante di mandare avanti il governo e come un'ulteriore giustificazione dell'immunità data dal Parlamento. 

La Bbc ricorda che la legge sull'immunità è «controversa». Il Guardian ha, tra i numerosi articoli sull'argomento, un titolo su Berlusconi: «L'immunità data dal Parlamento potrebbe essere annullata dalla Consulta». Appena tornato al potere, ricorda John Hooper, Berlusconi aveva fatto della legge sull'immunità una priorità del suo governo. «Il verdetto di ieri mostra quanto valore aveva quella mossa». Ma il primo ministro «non è ancora al sicuro», perché la Corte costituzionale potrebbe ancora bocciare la legge, come fece con una legge simile nel 2004. Se la legge fosse dichiarata incostituzionale, il processo potrebbe ripartire. Ma vista la lentezza della giustizia italiana», è improbabile che si arrivi rapidamente a una condanna e il reato di cui Berlusconi è accusato cade in prescrizione il prossimo febbraio. Ci sono però altre accuse che vedono i due uomini co-imputati. Qui i giudici hanno «fermato l'orologio» e se la legge fosse dichiarata incostituzionale, i pm avrebbero più tempo. Il Guardian si spinge oltre con le ipotesi: «Anche se fosse condannato, Berlusconi può star tranquillo che non andrà in prigione. Potrà sembrare più giovane, ma ha più di 70 anni. E' l'età massima alla quale si può essere incarcerati in base alla legge italiana».

Sul sito del Times è pubblicato un breve commento «Le stranezze della giustizia italiana». Con tono ironico, Richard Owen osserva che con la lentezza dei processi in appello ci si domanda se ci siano italiani che scontano la pena. «Ma la cosa più bizzarra è stata forse la decisione del giudice di condannare al risarcimento dei danni in favore dell'ufficio del Primo ministro (la parte civile costituita, la Presidenza del Consiglio, ndr) perché Mills – e quindi almeno per implicazione Silvio Berlusconi, il Primo ministro – ha deviato il corso della giustizia». «Solo in Italia» può succedere, avrebbe detto scuotendo il capo un cronista giudiziario italiano.

I siti britannici – oltre a quelli citati, l'Independent, il Daily Mail, il Telegraph - si soffermano anche sui risvolti interni della vicenda: Mills è il marito, separato, di Tessa Jowell, ministro inglese per le Olimpiadi, e lo stesso Tony Blair era dovuto intervenire per chiarire che lei non sapeva nulla della provenienza dei soldi, che la coppia usò per pagare il mutuo sulla casa. 

La notizia ha fatto il giro anche dei siti francesi e spagnoli. Le Monde titola sulla condanna per «false testimonianze» a favore di Berlusconi. Le Figaro ricorda che Mills «non è il primo avvocato di Berlusconi a finire in prigione»: Cesare Previti è stato condannato in via definitiva a sei anni di prigione nel 2006 per corruzione di magistrato nell'affare Fininvest. «Quattro anni di prigione per l'avvocato corrotto da Berlusconi», titola El Mundo, «l'impresa di Berlusconi corruppe l'avvocato Mills», scrive El Pais, che pure osserva come «paradossalmente» l'imputato sia stato condannato anche a risarcire 250mila euro alla parte civile, la Presidenza del Consiglio, «come dire a Berlusconi».

martedì 17 febbraio 2009

Sono molto, molto deluso!






E se lo dice lui... Figuriamoci il suo amico Silvio..

Dal 'Corriere della Sera' 17 febbraio 2009

Milano, "David Mills fu corrotto". Condannato a 4 anni e 6 mesi

I giudici: almeno 600 mila dollari per testimoniare il falso in due processi a Berlusconi

MILANO - L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano.

LA SENTENZA - I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest. Il legale è stato inoltre interdetto per 5 anni dall'esercizio dei pubblici uffici e dovrà risarcire 250 mila euro alla presidenza del consiglio, costituita parte civile.

IMPUGNEREMO LA SENTENZA - Federico Cecconi, il legale di David Mills, annuncia l'impugnazione della sentenza di condanna: «Credo e continuo a credere alla sua innocenza - afferma - di regola le sentenze non si commentano, ma si impugnano, e questo verdetto sarà certamente impugnato. Ma questa volta voglio fare un'eccezione e dire qualcosa su questa sentenza che mi sembra appiattita sull'impostazione accusatoria ed è tutto tranne che pacifica e consolidata. La sentenza è contraria alla logica». «Senza l'ombra dell'altro coimputato (Silvio Berlusconi ndr.) - ha concluso Cecconi - questo processo sarebbe stato esaminato in modo più sereno».

LA VICENDA - Il processo all'avvocato inglese David Mills riguarda il pagamento di 600mila dollari che sarebbero stati versati a Mills, attraverso il manager Fininvest Carlo Bernasconi, da parte di Silvio Berlusconi perché il legale fosse testimone reticente nei processi per i casi Guardia di Finanza e All Iberian. Nelle scorse settimane l'avvocato Mills aveva presentato alla corte un memoriale nel quale affermava che Berlusconi era stato vittima dei suoi errori e chiedeva scusa al premier. Secondo la ricostruzione fatta dai consulenti della difesa, invece, i 600mila dollari versati a Mills erano parte di quanto ricevuto dall'imprenditore Diego Attanasio perché ne fosse il gestore.

MILLS DELUSO - «Sono molto deluso»: questo il primo commento a caldo dell'avvocato inglese David Mills alla sentenza di Milano che lo ha condannato a quattro anni e mezzo per corruzione in atti giudiziari. In una dichiarazione diffusa dopo il verdetto di Milano, Mills afferma: «Sono ovviamente molto deluso da questo verdetto. Sono innocente, ma questo è un caso dalla forte valenza politica. I giudici non hanno ancora dato la loro motivazione per la decisione, così non posso dire come abbiano gestito l'ammissione dello stesso pubblico ministero di non avere prove». «Spero che verdetto e sentenza siano cancellati in appello, e mi dicono che avrò ottimi motivi per sperarlo. Ho la massima fiducia nel mio eccellente avvocato, Federico Cecconi. La sentenza non diventa effettiva fino a quando non si saranno conclusi i due gradi di appello. Mi è stato consigliato di non fare altri commenti pubblici fino a quando il caso non sarà finalmente chiuso. Nel frattempo, andrò avanti con la mia vita professionale», ha concluso Mills.

BERLUSCONI - Insieme a Mills era imputato anche Silvio Berlusconi, ma la posizione processuale del premier era stata stralciata in attesa del verdetto della Corte Costituzionale sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano.

giovedì 12 febbraio 2009

Gli amici di Gheddafi


Aprire alla cooperazione euro-mediterranea è una priorità assoluta. Magari...si potrebbe fare qualche distinguo...cercando di evitare alcuni personaggi...come dire...un po' particolari? Ma, in ogni caso, visto che il tutto si basa sulla PERSONALE - attenzione! - amicizia del Presidente del Consiglio con il Signore dalle Lunghe Toghe, allora possiamo certamente stare tranquilli. Riporto l'articolo sulla incarceriazione in Libia dell'avvocato Jumaa Attiga.

Dal sito della 'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione' - http://www.asgi.it/index.php

La polizia libica ha arrestato Jumaa Attiga, l’avvocato che aveva denunciato le condizioni terribili nelle quali sono tenuti i migranti in Libia . L'ASGI (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazine) esprime perplessità sull’arresto e profonda preoccupazione per le attuali condizioni di imprigionamento di una delle personalità più attive della società civile libica, da anni impegnato in una campagna contro la tortura nelle carceri in Libia e per la promozione dei diritti umani. Ricordiamo che, in base all'art. 6 del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, di prossima ratifica da parte del Parlamento italiano, i due Paesi devono agire conformemente non soltanto alle proprie rispettive legislazioni, ma anche agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo. Chiediamo, pertanto, al Governo italiano di richiedere la liberazione del sig. Attiga e di ricordare al Governo libico che l'Italia non può collaborare alla violazione del diritto di ogni persona a cercare e ottenere l’asilo e la protezione internazionale e del diritto di manifestare liberamente le proprie opinioni (diritti previsti dagli artt. 14 e 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo). In assenza di precise garanzie sulla sorte dell’interessato, la parte libica contravverrebbe ai suoi impegni previsti nel trattato. Questo giustificherebbe una richiesta da parte italiana di convocazione, ai sensi dell'art. 14, comma 2, lett. b) del trattato stesso, di una riunione straordinaria del Comitato dei Seguiti per un esame approfondito e al fine di trovare una soluzione soddisfacente del caso. Chiediamo a tutte le organizzazioni umanitarie di seguire il caso e sollecitiamo il Governo italiano a svolgere tutti i necessari passi per garantire il rispetto dei diritti umani, il libero esercizio dei diritti di difesa di tutti coloro che si trovano in Libia, siano oppositori politici o migranti irregolari.


Maggiori informazioni sull’avvocato Jumaa Attiga in un reportage pubblicato nel sito:

www.fortresseurope.blogspot.com

mercoledì 11 febbraio 2009

La Storia senza revisionismo...





...per favore. Ve ne saremmo molto grati.

Da 'il Manifesto' 11.02.09

Napolitano sulle foibe, la memoria e la ragione
di Gabriele Polo

«La memoria che coltiviamo innanzitutto è quella della dura esperienza del fascismo e delle responsabilità storiche del regime fascista, delle sue avventure di aggressione e di guerra». E ancora: «Nessun revisionismo, conservare la memoria e coltivarla». Il richiamo è del presidente Napolitano, in occasione della giornata del ricordo, quella dedicata alla tragedia delle foibe e all'esodo coatto degli italiani dall'Istria dopo la nascita della Repubblica Federativa di Jugoslavia. Napolitano ha ragione, perché il rischio forte – per come vengono gestiti politicamente la memoria e gli anniversari nell'Italia di oggi – è quello di semplificare e piegare le realtà storiche – con i loro drammi – alle convenienze politiche e alla propaganda.
Non si può capire ciò che successe al confine orientale nell'immediato dopoguerra senza ricordare alcune cose. 1) Che l'irredentismo italiano della prima guerra mondiale con il fascismo si trasformò in nazionalismo ai danni delle popolazioni slave (slovene e croate), fino al punto di negarne l'autonomia culturale e cancellando ogni loro diritto. Cosa che nemmeno l'Impero austro-ungarico  aveva fatto. 2) Che negli anni di dominio italiano sui territori poi passati alla Jugoslavia, il regime fascista mise in atto politiche xenofobe e razziste nei confronti dei «non italiani» a livello politico, sociale, economico e culturale. 3) Che durante la seconda guerra mondiale gli italiani – segnatamente le truppe regie e le squadre fasciste – perpetrarono numerosi massacri ai danni delle popolazioni slave, al punto da superare per ferocia le truppe tedesche e le Ss.
Le foibe nascono così, da questo contesto. Tra l'altro i primi a usare i budelli carsici come tombe in cui gettare persone ancora in vita furono proprio militari e fascisti italiani. Da questo contesto – da un clima di vendetta e di odio nazionalista – vennero i giorni dell'occupazione jugoslava di Trieste, i rastrellamenti ai danni degli italiani (bastava il minimo sospetto per essere definiti «fascisti»), e, infine, l'esodo delle persone di lingua italiana dall'Istria e dalla Dalmazia, con relativo sequestro dei loro beni.
E' rammentando tutto questo che bisogna dare atto al Presidente Napolitano di aver evocato una memoria vera. «Ragionata». Al fine di essere comprensibile e poterne trarre delle lezioni per l'oggi e il domani.

Fuori tema, fuori di testa




Contrasti... Nessun commento... Tranne uno: "E se la Mamma Rosa ha campato fino ai 97, questo ci seppellisce tutti". Un amico dixit.

Da 'Il Giornale' 11.02.09

Sanremo, Berlusconi e Apicella debuttano con un inedito
di Redazione

C’è amore, Ma se ti perdo e Musica. Sono i titoli delle tre canzoni inedite scritte a quattro mano in questi mesi da Silvio Berlusconi e il cantautore partenopeo, Mariano Apicella. Una sola, però, verrà scelta dal Cavaliere per fare il suo debutto sul palco dell’Ariston
Sanremo - C’è amore, Ma se ti perdo e Musica. Sono i titoli delle tre canzoni inedite scritte a quattro mano in questi mesi da Silvio Berlusconi e il cantautore partenopeo, Mariano Apicella. Una sola, però, verrà scelta dal Cavaliere per fare il suo debutto sul palco dell’Ariston.

Lo special su Sanremo Domenica 22, Apicella sarà ospite di Monica Setta, nello spazio di Domenica In, che dedicherà l’intera puntata al Festival di Sanremo. In quell’occasione, si esibirà cantando il nuovo brano composto con il premier, da sempre appassionato di melodie classiche napoletane. "Il filo conduttore dei tre brani è sempre l’amore -dice Apicella all’Adnkronos- ma dal punto di vista acustico sono diverse tra loro. Se ti perdo è un samba lento, Musica è molto melodica, mentre C’è amore ha un tono più sostenuto. Tutte faranno parte del nuovo cd formato da 14 pezzi che sto preparando con il presidente del Consiglio". Stavolta, dunque, il presidente del Consiglio si è lasciato conquistare dalla tentazione di Sanremo.

Il precedente del 2004 Nel dicembre del 2004, la notizia di una sua incursione sul palcoscenico dell’Ariston proprio con Apicella per intonare ’Samba e cioccolatò, portò sgomento nei palazzi della politica. Per giorni fu un rincorrersi di voci, conferme e smentite. Ora, invece, il leader del Pdl ha dato il via libera al suo esordio sanremese, anche se non sarà presente alla kermesse musicale.

La passione per la musica La passione di Berlusconi per la canzone arriva da lontano: ama scrivere testi d’amore e poi si diverte a cantarli, soprattutto accompagnato dalla chitarra di Mariano. Da mesi, infatti, impegni di governo permettendo, sta lavorando a un nuovo cd di 14 brani con il "posteggiatore" conosciuto sette anni fa all’Hotel Vesuvio di Napoli durante una cena elettorale. L’album sarebbe dovuto uscire entro Natale o al massimo dopo le feste, è slittato in primavera. Troppe le incombenze a palazzo Chigi, con una agenda di governo per il 2009 fitta di appuntamenti.Il titolo del disco è ancora top secret. Sarà registrato a Roma e nulla si sa neanche della copertina.

Tre tracce inedite Le canzoni in cantiere sono tutte inedite, come queste tre. L’ultima, in ordine di tempo, secondo indiscrezioni del dicembre scorso, si chiama Femmena ed è dedicata alle donne. Il testo è in italiano, ma il titolo prende spunto da una strofa dove la donna viene chiamata in dialetto. Il presidente del Consiglio ha iniziato a preparare il nuovo cd l’estate scorsa, durante i momenti di relax a villa 'La Certosa' in Sardegna. Un altro brano si intitola C’è amore, ma già si conoscono alcune strofe: "C’è amore che ti accende come si accende una stella, che a forza di baci ti fa sentire bella. C’è amore che confonde e che ti salta nel petto, c’è amore che ti cerca solo per farti un dispetto".

Il quarto album Questo album in preparazione sarebbe il quarto della serie. Il primo cd della "coppia" Berlusconi-Apicella risale al 2003, quando a fine ottobre uscì nei negozi Meglio ’na canzone distribuito dall’Universal (45mila copie vendute). Una raccolta di brani in napoletano e in italiano. Il secondo album arriva nel 2005: anche stavolta, niente politica. Il protagonista è l’amore. Composto da 14 brani, si intitola non a caso L’ultimo amore. Un anno dopo, fa il suo debutto Napoli nel cuore. La collaborazione tra l’allora presidente di Forza Italia e il chitarrista partenopeo è di lunga data. Apicella conobbe Berlusconi nel maggio del 2001 quando all’Hotel Vesuvio di Napoli lavorava come "posteggiatore", cioè colui che con la chitarra a tracolla "posteggia" gli innamorati ai tavoli di un ristorante, allietandoli con le sue canzoni.

martedì 10 febbraio 2009

L'Italia dei deliranti che non sanno quel che dicono


Per fortuna resta ancora la libertà, per quotidiani come 'l'Avvenire', di scrivere oscenità deliranti e offensive come quelle messe in fila da Marco Tarquinio. Esprime, in maniera sacrosanta, un'opinione. Ma per fortuna resta ancora la libertà di dire che accusare di omicidio la famiglia Englaro e i medici che l'hanno accompagnata fino alla morte è la deriva estrema di un delirio cieco e sordo a quanto ci resta di umano. Preoccupa solo che quel delirio sia abbracciato senza riserve da chi governa il Paese. Poi, per fortuna, anche una voce di ragionevolezza, nell'articolo del 'Corriere della Sera' scritto da Marco Imarisio.


Da 'l'Avvenire' 10.02.09


Non morta, ma uccisa

Adesso però vogliamo sapere tutto


Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini.

Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.

Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi <+corsivo>sentenziata<+tondo>, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.

Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.

Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.

Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
Marco Tarquinio

Dal 'Corriere della Sera' 10.02.09

Beppino: ora è libera. Ho fatto tutto da solo

Il viaggio verso Udine. In Friuli avrà la scorta

UDINE — La tua bambina, gli ha detto il dottor De Monte. E non c'è stato bisogno di dire molto altro, perché non l'aveva mai chiamata così. Beppino Englaro ha capito cosa c'era dietro quel gesto di sensibilità, ha pensato a Saturna che sta sempre più male, a come dirglielo. E ha pianto, cos'altro poteva fare un padre che ha appena perso la sua unica figlia, che si prepara a rimanere solo per il tempo che gli rimarrà? «Ci ha lasciato, adesso voglio stare da solo» ha detto, e a noi che lo chiamavamo in continuazione riusciva di percepire non più di qualche frase in mezzo alle lacrime. Piange Beppino Englaro, che si è impedito di farlo per diciassette anni, che nelle foto di quel 1992, le ultime con sua figlia viva, appare quasi in carne, con i lineamenti rotondi. La durezza fredda che si è imposto per andare avanti si era trasmessa anche alla sua faccia, diventata quasi una maschera metallica, le occhiaie di chi non dorme e abita perennemente un incubo, il profilo sempre più aguzzo. Sua figlia cambiava, il suo corpo si rattrappiva, anche Beppino lo faceva, dentro e fuori. «Sarebbe l'arma atomica, lo so. Vedendo le foto di Eluana com'è oggi, tante persone starebbero finalmente in silenzio. Ma non lo farò mai».
Ancora ieri mattina ci ha parlato così, riferendosi all'unico tabù che conservava per se stesso. «Vede, ormai, al punto in cui sono arrivato posso avere contro anche il mondo intero, e non me ne importa nulla. C'è solo una cosa che mi renderebbe debole e bucherebbe la corazza che mi sono costruito. Io non posso avere contro Eluana Englaro». C'era, c'è stata in tutti questi anni, un'altra promessa nascosta, l'ultimo segreto tra un padre e una figlia, qualcosa da custodire in silenzio. «Quando tornò dall'ultima visita al suo amico in coma, mi disse che non avrebbe mai voluto rimanere in quello stato. E mi fece promettere che se fosse successo mai avrei dovuto mostrarla in quelle condizioni». La promessa a una figlia vale più di ogni cosa, di ogni ingiuria, insulto, di qualunque «Beppino boia» sentito gridare in diretta al telegiornale, cinque minuti dopo che De Monte ti ha detto che Eluana non c'è più. Sarebbe bastato davvero poco. Raccontare le palpebre perennemente a mezz'asta sugli occhi, le pupille vuote, il naso che sembrava sproporzionato su una faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo.
Pesava meno di 40 chili, Eluana. Le braccia e le gambe erano rattrappite, poteva giacere solo di lato perché a pancia in su rischiava di soffocare per i liquidi che salivano da uno stomaco atrofizzato e incapace di trattenerli. Era appoggiata sul lato destro del corpo e questo le causava spesso piaghe da decubito sulla guancia, le lacerazioni di una pelle che si fa di carta velina, quelle che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena, lei ce le aveva anche in faccia. Gli ispettori del ministro Sacconi, nella hall dell'albergo, prima di tornare a Roma, non riuscivano a togliersi dalla testa l'immagine del corpo di Eluana. Sarebbe bastato poco, davvero. Ma non è un boia, Beppino Englaro. È un uomo che ha smesso di vivere insieme alla figlia, tanto tempo fa, che ha scelto di morire ogni giorno, insieme a lei. Chiunque ci abbia passato cinque minuti insieme sa quali abissi di dolore nascondevano quelle occhiaie, sempre più marcate in un profilo ogni giorno più affilato. Sa com'era difficile sostenere lo sguardo di quest'uomo che non voleva si scrivesse delle sue debolezze, dei suoi momenti di sconforto.
Un padre annientato che si è fatto carico della volontà della figlia, scegliendo la strada più dura da seguire in un posto come l'Italia, combattere a mani nude, senza mai chiedere a un dottore di adottare un sotterfugio di morte, come avviene nelle corsie di tutta Italia. «Adesso — riesce a dire al telefono — so che qualcuno si scatenerà contro i dottori che hanno seguito Eluana. Voglio che si sappia che sono io l'unico responsabile, sono io che ho portato questa storia fin qui. Agli amici, e ne ho trovati tanti in questi anni, chiedo di non preoccuparsi per me. Non voglio essere cercato, ho bisogno di stare solo. Avrei liberato il corpo di Eluana, che ormai era diventato ostaggio di mani altrui». È a Lecco, Beppino Englaro, dove oggi avrebbe dovuto partecipare a un processo in cui gli volevano togliere la patria potestà. Cerca di ricomporsi, al telefono con il colonnello che lo chiama per le condoglianze e poi gli annuncia che appena entrato in Friuli gli verrà assegnata una scorta, «perché sa, la situazione è particolare».
Beppino lo ha ascoltato dicendo dei «sì» cortesi, con voce bassa. «Non so ancora a che ora parto, devo prima vedere com'è la situazione di mia moglie» ha detto. Senza farlo pesare, che c'è un'altra tragedia nella sua vita, che oggi lui muore con Eluana ma il suo calvario non finisce. Si sente il rumore di un treno che passa, la casa degli Englaro affaccia su una ferrovia. «Si figuri colonnello, non darò nell'occhio, glielo prometto. Sono un po' disorientato, ho bisogno di sedermi». La scorta, come un delinquente che ha fatto qualcosa di malvagio. L'ultima umiliazione, per un uomo che giorno dopo giorno ha scontato l'inferno peggiore, vedere una figlia che sorride solo da foto remote. Ci sarà il funerale, non finiranno le vane parole. «Devo restare solo, ho bisogno di respirare». Chi lo conosce sa che questa non è una liberazione, non per lui. «Avevo fatto una promessa» dice. L'ha mantenuta, anche se in questi anni la sua ragione di vita è rimasta appesa a sua figlia. «Mi sento spaesato. Devo rimanere solo, ho tante cose a cui pensare» è il suo congedo. Sono in tanti quelli che pensano che in fondo non voleva che sua figlia se ne andasse. «Certo che soffrirò, ma cosa c'entra?». Era tutto per lei, non per me, ripete, e la voce si fa tenue. «Ho sopportato molto, in questi anni». Ma doveva andare avanti, dice, dovevo mantenere la promessa. E infine liberarla, la sua bambina.
Marco Imarisio