sabato 28 febbraio 2009
Il treno va...
Ma non eravamo vicini-cugini-amici-fratelli?
Replica di Palazzo Chigi a "quelli di Canal Plus e de La Repubblica"
La frase che il Presidente Berlusconi ha detto sottovoce al Presidente Sarkozy durante la conferenza stampa di martedì scorso a Villa Madama, mentre si stava parlando del riconoscimento in Italia dei baccalaureati, era semplicemente: "Tu sais que j'ai étudiè à la Sorbonne" (tu sai che ho studiato alla Sorbona).
Al Presidente Berlusconi hanno dato l'oscar della volgarità che non meritava. A loro spetta invece l'oscar della denigrazione che si meritano appieno.
venerdì 27 febbraio 2009
Dacci oggi il nostro Silvio quotidiano
giovedì 26 febbraio 2009
Tutti per sè, ciascuno per sè
mercoledì 25 febbraio 2009
Se qualcuno li ascolta

domenica 22 febbraio 2009
Grande, grande, grande
«Lasciatemi parlare per un secondo del nostro Paese - ha sottolineato il premier -. La situazione è migliore nel mio Paese rispetto alle difficoltà che ho sentito oggi al vertice, l'Italia ha un sistema bancario solido, non ci sono titoli tossici, il nostro Paese è un popolo di risparmiatori, in Italia il lavoratore che perde il lavoro percepisce il 70% della retribuzione principale, il governo italiano si è mosso con tempestività assoluta, mettendo a disposizione 40 miliardi di euro per la risoluzione della crisi».
Da 'il Sole 24 ore'
4 febbraio 2009
di Marco Rogari
Per fortuna il Vaticano ci ha ripensato

sabato 21 febbraio 2009
Il federalismo fiscale spiegato da Visco
Da 'Il Sole 24 ore' del 15 febbraio 2009
Federalismo, come migliorare
di Vincenzo Visco
Il DDL sul federalismo fiscale dovrebbe dare attuazione all’art. 119 della Costituzione relativo al finanziamento degli enti decentrati (Regioni, Province, Comuni). La convinzione diffusa è che in proposito ci sarebbe molto da fare e da innovare, così come molti sono convinti che il testo approvato dal Senato non sia poi così male. In realtà le cose stanno diversamente. Alcune considerazioni possono quindi risultare utili:
1) Il livello di decentramento fiscale e finanziario che già esiste in Italia è -contrariamente a quanto molti credono- molto consistente e quantitativamente più che adeguato: negli ultimi 10 anni (1995- 2006), infatti le entrate tributarie proprie delle amministrazioni locali si sono triplicate passando dal 15% del totale delle entrate ad oltre il 44%; analogamente la quota di entrate tributarie proprie rispetto alle entrate tributarie complessive di tutte le amministrazioni pubbliche è passata dall’8% circa al 22%, a queste entrate vanno ancora aggiunte le compartecipazioni e i trasferimenti residui.
Negli altri paesi tale percentuale risulta (nel 2006) pari a circa il 12% in Germania, 14% in Austria, 12% in Spagna, e al 5% circa in Gran Bretagna, L’autonomia tributaria degli enti decentrati in Italia è quindi già oggi considerevolmente più ampia di quella riscontrabile in altri paesi anche federali. Per quanto riguarda le spese, la quota delle spese locali sulla spesa pubblica primaria risulta del 33%, percentuale molto elevata che, al netto degli interessi e della spesa per le pensioni, indica che già oggi le risorse disponibili per finanziare i servizi pubblici si ripartiscono in maniera paritaria tra Stato e amministrazioni locali: 50% e 50%.
Ne deriva che non vi è alcun bisogno di realizzare in Italia il federalismo fiscale: esso infatti è stato già realizzato dalle riforme degli anni ’90; ciò di cui ci sarebbe bisogno oggi è di sistemarlo, di completarlo e soprattutto perequarlo;
2) L’elenco dei tributi propri degli enti decentrati è di tutto rispetto: 13 voci per le regioni cui si aggiungono le compartecipazioni all’IVA e all’accise sulla benzina; 5 per le province più una compartecipazione Irpef; 9 più una compartecipazione Irpef per i Comuni. Il grado di autonomia esistente è quindi notevole. Anche volendo sarebbe difficile fare di più;
3) E’ convinzione molto diffusa che le Regioni del nord dispongano di minori risorse che non quelle del sud rispetto a quanto sarebbe “giusto”; i dati disponibili mostrano una realtà alquanto diversa: la spesa pro-capite delle regioni meridionali è infatti inferiore di 23 punti rispetto a quella delle regioni del nord, mentre la pressione tributaria (riferita a imposte erariali, Irap e addizionali regionali) risulta in non poche regioni del sud allo stesso livello e talvolta superiore a quella delle regioni del nord: in altre parole, al sud rispetto al nord si spende meno e si tassa ugualmente;
4) L’equivoco su questo punto deriva dalla confusione generata dall’asserito principio della territorialità delle imposte, secondo cui i territori più ricchi avrebbero diritto a disporre di maggiori risorse da spendere. Tale principio è privo di senso in uno stato unitario, all’interno del quale ciò che è importante è che tutti i cittadini, ricchi e poveri, siano trattati nello stesso modo dalle leggi in vigore (stesse tasse e eguali servizi), mentre acquista un chiaro significato se ci si muove in un’ottica e in una prospettiva secessionista: in questo caso infatti ogni regione è uno stato autonomo che dispone autonomamente delle proprie risorse. Contrariamente a quanto si afferma, il ddl è interamente impregnato e intriso della logica della territorialità;
5) Il DDl non fa i conti con le risorse disponibili, al contrario rischia di aumentare fortemente la spesa pubblica (e a favore delle regioni del sud), là dove prevede (sia pure in maniera piuttosto vaga) di portare i servizi forniti dalle regioni del sud agli stessi livelli (e costi) prevalenti al nord: dato il divario oggi esistente si tratta di un programma piuttosto ambizioso. A ciò si aggiunge che, in base al criterio della territorialità, gli amministratori del nord si attendono maggiori risorse di quelle di cui attualmente dispongono, cosa che non potrà avvenire con le disponibilità esistenti. La soluzione di questa contraddizione potrà essere trovata o aumentando il disavanzo dello Stato centrale (soluzione tipica degli stati federali con governi deboli, come quelli del sud-america), o ridimensionando fortemente il livello dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) con l’idea che le regioni del nord più ricche possano recuperare autonomamente le risorse necessarie grazie al sistema di compartecipazioni previste. Altri rischi per la finanza pubblica derivano dalla previsione che nel caso in cui la convergenza della spesa storica verso i livelli corrispondenti alle capacità fiscali di ciascuna regione non dovesse verificarsi in cinque anni, lo Stato dovrebbe farsi carico dell’eccesso di spesa; questa richiesta che sconta l’inefficienza di alcune regioni (prevedibilmente del sud), avanzata dai rappresentanti delle Regioni era stata rifiutata dal governo Prodi. La logica infatti è quella classica: in un gioco a somma zero, se si trova un terzo che paga, non c’è più ragione del contendere.
6) Il DDL non prevede un adeguato vincolo di bilancio per gli enti decentrati, al contrario la prevalenza per il finanziamento delle spese delle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, delle riserve di aliquota sugli stessi tributi, ecc. fa sì che la responsabilità fiscale rimanga allo stato centrale mentre si conferma e rafforza il potere di spesa delle Regioni e degli altri enti. Il federalismo del ddl appare quindi finanziariamente poco responsabile
7) Il ddl fa molto affidamento sul criterio del costo standard come strumento di controllo delle spesa locale. L’uso di criteri e paramentri uniformi non può che essere condiviso, tuttavia la mitizzazione che viene fatta dei costo standard è sicuramente eccessiva anche perché i dati necessari per costruirli non esistono e non esisteranno per parecchi anni. E’ facile prevedere l’evoluzione del costo standard verso una spesa media più o meno ponderata che sarebbe in ogni caso preferibile rispetto alla situazione attuale. L’adozione del costo standard –comunque- comporta una consistente redistribuzione di risorse, non tanto tra le regioni (la spesa sanitaria pro-capite è poco sperequata, e inferiore al sud dove esistono invece seri problemi di efficienza), quanto tra i comuni (che forse non a caso in passato si sono sempre rifiutati di rinunciare al criterio della spesa storica), e tra i comuni privilegiati molti sono collocati al nord.
Ben difficilmente il costo standard potrà contribuire a risolvere il problema fondamentale della spesa pubblica al sud, vale a dire la sua inefficienza, gli sprechi, ecc.; a tal fine più utile sarebbe l’utilizzo deciso di poteri sostitutivi, o il ricorso a qualche forma di federalismo differenziato.
8) Il ddl non fa nulla per controllare e rivedere ruolo e risorse delle regioni a statuto speciale che dispongono di trattamenti privilegiati che dopo l’approvazione del titolo V non hanno più ragione di essere. Al contrario, l’aspirazione (impossibile) del ddl è di trasformare anche le regioni a statuto ordinario in simulacri di regioni speciali.
9) L’aspetto tecnicamente più sconcertante del ddl è la vera e propria demolizione che viene operata dell’Irpef che in tutti i paesi, federali o meno, rappresenta l’imposta cardine dell’autonomia impositiva del governo centrale sia per il gettito che essa è in grado di fornire, sia perché attraverso la sua progressività e le sue variazioni si esercitano gli indirizzi di politica redistributiva. L’Irpef viene infatti trasformata in 21 diverse imposte regionali, ognuna con proprie aliquote, detrazioni, ecc. Ciò avviene attraverso la previsione di un’aliquota riservata, vera e propria imposta autonoma regionale sulla stessa base imponibile statale, ma con possibilità autonome di intervento, cui si aggiunge una riserva di aliquota, vale a dire una frazione del gettito assicurato dalla struttura delle aliquote statali, e un’addizionale Irpef con aliquote variabili a seconda delle dimensioni dei comuni, In sostanza l’imposta viene privata di ogni logica e coerenza, viene meno la parità di trattamento dei contribuenti a parità di reddito, e si creano complicatissimi problemi di gestione per i sostituti di imposta e per chiunque voglia fare una dichiarazione dei redditi. Nell’intero dibattito sul federalismo fiscale svolti negli anni passati il punto principale aveva riguardato la necessità di evitare di fondare le compartecipazioni al gettito su tributi troppo variabili dinamicamente e territorialmente; scegliendo l’Irpef anziché per esempio l’IVA si accentuano le esigenze di perequazione tra regioni e crea un meccanismo di drenaggio automatico del gettito dello Stato alle regioni che andrà corretto anno dopo anno dal momento che l’Irpef è l’imposta più dinamica rispetto alla base imponibile che esiste nel nostro sistema fiscale.
In conclusione senza robusti interventi correttivi, il federalismo fiscale Italian style, non solo non potrà funzionare ma sarà fonte di problemi seri per tutti.
Ciechi, sordi e coglioni - 2

Ciechi, sordi e coglioni
martedì 17 febbraio 2009
Sono molto, molto deluso!

E se lo dice lui... Figuriamoci il suo amico Silvio..
Dal 'Corriere della Sera' 17 febbraio 2009
Milano, "David Mills fu corrotto". Condannato a 4 anni e 6 mesi
I giudici: almeno 600 mila dollari per testimoniare il falso in due processi a Berlusconi
MILANO - L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano.
LA SENTENZA - I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest. Il legale è stato inoltre interdetto per 5 anni dall'esercizio dei pubblici uffici e dovrà risarcire 250 mila euro alla presidenza del consiglio, costituita parte civile.
IMPUGNEREMO LA SENTENZA - Federico Cecconi, il legale di David Mills, annuncia l'impugnazione della sentenza di condanna: «Credo e continuo a credere alla sua innocenza - afferma - di regola le sentenze non si commentano, ma si impugnano, e questo verdetto sarà certamente impugnato. Ma questa volta voglio fare un'eccezione e dire qualcosa su questa sentenza che mi sembra appiattita sull'impostazione accusatoria ed è tutto tranne che pacifica e consolidata. La sentenza è contraria alla logica». «Senza l'ombra dell'altro coimputato (Silvio Berlusconi ndr.) - ha concluso Cecconi - questo processo sarebbe stato esaminato in modo più sereno».
LA VICENDA - Il processo all'avvocato inglese David Mills riguarda il pagamento di 600mila dollari che sarebbero stati versati a Mills, attraverso il manager Fininvest Carlo Bernasconi, da parte di Silvio Berlusconi perché il legale fosse testimone reticente nei processi per i casi Guardia di Finanza e All Iberian. Nelle scorse settimane l'avvocato Mills aveva presentato alla corte un memoriale nel quale affermava che Berlusconi era stato vittima dei suoi errori e chiedeva scusa al premier. Secondo la ricostruzione fatta dai consulenti della difesa, invece, i 600mila dollari versati a Mills erano parte di quanto ricevuto dall'imprenditore Diego Attanasio perché ne fosse il gestore.
MILLS DELUSO - «Sono molto deluso»: questo il primo commento a caldo dell'avvocato inglese David Mills alla sentenza di Milano che lo ha condannato a quattro anni e mezzo per corruzione in atti giudiziari. In una dichiarazione diffusa dopo il verdetto di Milano, Mills afferma: «Sono ovviamente molto deluso da questo verdetto. Sono innocente, ma questo è un caso dalla forte valenza politica. I giudici non hanno ancora dato la loro motivazione per la decisione, così non posso dire come abbiano gestito l'ammissione dello stesso pubblico ministero di non avere prove». «Spero che verdetto e sentenza siano cancellati in appello, e mi dicono che avrò ottimi motivi per sperarlo. Ho la massima fiducia nel mio eccellente avvocato, Federico Cecconi. La sentenza non diventa effettiva fino a quando non si saranno conclusi i due gradi di appello. Mi è stato consigliato di non fare altri commenti pubblici fino a quando il caso non sarà finalmente chiuso. Nel frattempo, andrò avanti con la mia vita professionale», ha concluso Mills.
BERLUSCONI - Insieme a Mills era imputato anche Silvio Berlusconi, ma la posizione processuale del premier era stata stralciata in attesa del verdetto della Corte Costituzionale sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano.
giovedì 12 febbraio 2009
Gli amici di Gheddafi

Aprire alla cooperazione euro-mediterranea è una priorità assoluta. Magari...si potrebbe fare qualche distinguo...cercando di evitare alcuni personaggi...come dire...un po' particolari? Ma, in ogni caso, visto che il tutto si basa sulla PERSONALE - attenzione! - amicizia del Presidente del Consiglio con il Signore dalle Lunghe Toghe, allora possiamo certamente stare tranquilli. Riporto l'articolo sulla incarceriazione in Libia dell'avvocato Jumaa Attiga.
mercoledì 11 febbraio 2009
La Storia senza revisionismo...

Fuori tema, fuori di testa

martedì 10 febbraio 2009
L'Italia dei deliranti che non sanno quel che dicono

Non morta, ma uccisa
Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.
Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi <+corsivo>sentenziata<+tondo>, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.
Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.
Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.
Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
Marco Tarquinio
Dal 'Corriere della Sera' 10.02.09
Beppino: ora è libera. Ho fatto tutto da solo
UDINE — La tua bambina, gli ha detto il dottor De Monte. E non c'è stato bisogno di dire molto altro, perché non l'aveva mai chiamata così. Beppino Englaro ha capito cosa c'era dietro quel gesto di sensibilità, ha pensato a Saturna che sta sempre più male, a come dirglielo. E ha pianto, cos'altro poteva fare un padre che ha appena perso la sua unica figlia, che si prepara a rimanere solo per il tempo che gli rimarrà? «Ci ha lasciato, adesso voglio stare da solo» ha detto, e a noi che lo chiamavamo in continuazione riusciva di percepire non più di qualche frase in mezzo alle lacrime. Piange Beppino Englaro, che si è impedito di farlo per diciassette anni, che nelle foto di quel 1992, le ultime con sua figlia viva, appare quasi in carne, con i lineamenti rotondi. La durezza fredda che si è imposto per andare avanti si era trasmessa anche alla sua faccia, diventata quasi una maschera metallica, le occhiaie di chi non dorme e abita perennemente un incubo, il profilo sempre più aguzzo. Sua figlia cambiava, il suo corpo si rattrappiva, anche Beppino lo faceva, dentro e fuori. «Sarebbe l'arma atomica, lo so. Vedendo le foto di Eluana com'è oggi, tante persone starebbero finalmente in silenzio. Ma non lo farò mai».
Ancora ieri mattina ci ha parlato così, riferendosi all'unico tabù che conservava per se stesso. «Vede, ormai, al punto in cui sono arrivato posso avere contro anche il mondo intero, e non me ne importa nulla. C'è solo una cosa che mi renderebbe debole e bucherebbe la corazza che mi sono costruito. Io non posso avere contro Eluana Englaro». C'era, c'è stata in tutti questi anni, un'altra promessa nascosta, l'ultimo segreto tra un padre e una figlia, qualcosa da custodire in silenzio. «Quando tornò dall'ultima visita al suo amico in coma, mi disse che non avrebbe mai voluto rimanere in quello stato. E mi fece promettere che se fosse successo mai avrei dovuto mostrarla in quelle condizioni». La promessa a una figlia vale più di ogni cosa, di ogni ingiuria, insulto, di qualunque «Beppino boia» sentito gridare in diretta al telegiornale, cinque minuti dopo che De Monte ti ha detto che Eluana non c'è più. Sarebbe bastato davvero poco. Raccontare le palpebre perennemente a mezz'asta sugli occhi, le pupille vuote, il naso che sembrava sproporzionato su una faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo.
Pesava meno di 40 chili, Eluana. Le braccia e le gambe erano rattrappite, poteva giacere solo di lato perché a pancia in su rischiava di soffocare per i liquidi che salivano da uno stomaco atrofizzato e incapace di trattenerli. Era appoggiata sul lato destro del corpo e questo le causava spesso piaghe da decubito sulla guancia, le lacerazioni di una pelle che si fa di carta velina, quelle che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena, lei ce le aveva anche in faccia. Gli ispettori del ministro Sacconi, nella hall dell'albergo, prima di tornare a Roma, non riuscivano a togliersi dalla testa l'immagine del corpo di Eluana. Sarebbe bastato poco, davvero. Ma non è un boia, Beppino Englaro. È un uomo che ha smesso di vivere insieme alla figlia, tanto tempo fa, che ha scelto di morire ogni giorno, insieme a lei. Chiunque ci abbia passato cinque minuti insieme sa quali abissi di dolore nascondevano quelle occhiaie, sempre più marcate in un profilo ogni giorno più affilato. Sa com'era difficile sostenere lo sguardo di quest'uomo che non voleva si scrivesse delle sue debolezze, dei suoi momenti di sconforto.
Un padre annientato che si è fatto carico della volontà della figlia, scegliendo la strada più dura da seguire in un posto come l'Italia, combattere a mani nude, senza mai chiedere a un dottore di adottare un sotterfugio di morte, come avviene nelle corsie di tutta Italia. «Adesso — riesce a dire al telefono — so che qualcuno si scatenerà contro i dottori che hanno seguito Eluana. Voglio che si sappia che sono io l'unico responsabile, sono io che ho portato questa storia fin qui. Agli amici, e ne ho trovati tanti in questi anni, chiedo di non preoccuparsi per me. Non voglio essere cercato, ho bisogno di stare solo. Avrei liberato il corpo di Eluana, che ormai era diventato ostaggio di mani altrui». È a Lecco, Beppino Englaro, dove oggi avrebbe dovuto partecipare a un processo in cui gli volevano togliere la patria potestà. Cerca di ricomporsi, al telefono con il colonnello che lo chiama per le condoglianze e poi gli annuncia che appena entrato in Friuli gli verrà assegnata una scorta, «perché sa, la situazione è particolare».
Beppino lo ha ascoltato dicendo dei «sì» cortesi, con voce bassa. «Non so ancora a che ora parto, devo prima vedere com'è la situazione di mia moglie» ha detto. Senza farlo pesare, che c'è un'altra tragedia nella sua vita, che oggi lui muore con Eluana ma il suo calvario non finisce. Si sente il rumore di un treno che passa, la casa degli Englaro affaccia su una ferrovia. «Si figuri colonnello, non darò nell'occhio, glielo prometto. Sono un po' disorientato, ho bisogno di sedermi». La scorta, come un delinquente che ha fatto qualcosa di malvagio. L'ultima umiliazione, per un uomo che giorno dopo giorno ha scontato l'inferno peggiore, vedere una figlia che sorride solo da foto remote. Ci sarà il funerale, non finiranno le vane parole. «Devo restare solo, ho bisogno di respirare». Chi lo conosce sa che questa non è una liberazione, non per lui. «Avevo fatto una promessa» dice. L'ha mantenuta, anche se in questi anni la sua ragione di vita è rimasta appesa a sua figlia. «Mi sento spaesato. Devo rimanere solo, ho tante cose a cui pensare» è il suo congedo. Sono in tanti quelli che pensano che in fondo non voleva che sua figlia se ne andasse. «Certo che soffrirò, ma cosa c'entra?». Era tutto per lei, non per me, ripete, e la voce si fa tenue. «Ho sopportato molto, in questi anni». Ma doveva andare avanti, dice, dovevo mantenere la promessa. E infine liberarla, la sua bambina.
