martedì 13 aprile 2010

Quei taleban di Emergency?

Qui di seguito un testo che potremmo intitolare così: "A eterna memoria del fatto che Ignazio Benito Maria La Russa, padre di Geronimo, Lorenzo Cochis, Leonardo Apache, andrebbe estromesso dalla vita pubblica o per lo meno bisognerebbe impedirgli di rilasciare dichiarazioni a più di una persona alla volta, in modo che la portata demenziale dei suoi pensieri possa nuocere il meno possibile". Per una volta quel coltivatore di margheritine di Massimo Gramellini ('La Stampa') mi trova appassionatamente concorde.

Buongiorno di Massimo Gramellini
13/4/2010

Emergency e l'Italia dei clan

Leggendo l’intervista rilasciata ieri a La Stampa dall’onorevole La Russa verrebbe da chiedersi con il poeta: che anno è, che giorno è? Il ministro della Difesa rispolvera gli interminabili Anni Settanta per informarci che anche Gino Strada potrebbe aver allevato nel suo seno degli infiltrati «come accadde al Pci con le Br e al Msi coi Nar», trattando Emergency alla stregua di un partito, diviso in frange più o meno estremiste. Non vi è dubbio che le responsabilità dei tre italiani fermati in Afghanistan andranno accertate e nel caso punite, ma è inaccettabile la tentazione di trattare questa vicenda come se fosse una questione di politica interna. Nel compilare il proprio autoelogio, il ministro ricorda i tanti «esponenti di sinistra che abbiamo salvato negli scenari di guerra». E non allude a un parlamentare del Pd strappato ai talebani o a un banchiere delle cooperative rosse preso in ostaggio dai pashtun. Intende riferirsi a giornalisti, medici, pacifisti: tutta gente che nelle zone di guerra ci va per vocazione o per mestiere, certo non per conto di uno schieramento politico. Solo da noi un cittadino all’estero viene considerato dal suo governo un «esponente» di destra o di sinistra, invece che semplicemente un connazionale da tutelare.

Pensate al presidente americano più ideologico degli ultimi tempi, il repubblicano Bush. Bene, nemmeno lui si è mai vantato di aver salvato dei democratici, ma sempre e soltanto degli americani. Da dove nasce questo bisogno tutto italiano di catalogare le persone in base alle appartenenze ideologiche? Destri-sinistri, rossi-neri, guelfi-ghibellini. Il nostro eterno bipolarismo da bar sport, incomprensibile al di là di Chiasso. Incomprensibile e drammaticamente provinciale. Sintomo di un Paese appeso al suo stesso ombelico, che osserva il mondo dal pertugio dei propri interessi di bottega e riduce i drammi planetari alle dimensioni del cortile di casa.

Se il riferimento continuo agli anni di piombo testimonia l’immaturità di una classe dirigente che non riesce a scrostarsi di dosso i fantasmi giovanili, l’atteggiamento che La Russa e in parte Frattini hanno tenuto nei confronti della vicenda di Emergency testimonia ancora una volta l’assenza di uno spirito nazionale autentico e condiviso. Di fronte a una crisi, la reazione istintiva è stata di schierarsi dalla parte delle proprie alleanze (il governo afghano) e non dei propri connazionali. Anche la sinistra, sia chiaro, tende a comportarsi alla stessa maniera. Ricordiamo ancora i commenti salaci con cui fu accolto in certi ambienti il sacrificio di Quattrocchi - il «body guard» rapito e ucciso in Iraq - considerato un fascista e un mercenario immeritevole di pubblici onori. A sei anni dalla morte, oggi Quattrocchi sarà commemorato nella sua Genova, ma il Comune guidato dal Pd ha preteso di far pagare l’affitto della sala.

Mai come in questo campo c’è una sintonia assoluta fra la Casta e il Paese reale. Tranne un mese ogni quattro anni, durante i campionati del mondo di calcio (e a patto che si vincano), l’italiano non si sente membro di una Nazione, ma di un clan: familiare, affettivo, politico. Però vale qui lo stesso discorso fatto a proposito della corruzione: dai politici ci aspetteremmo che dessero il buon esempio, non che esaltassero con la forza del loro ruolo la «mala educación» generale.

lunedì 12 aprile 2010

Pane e vin non ti mancava

Chissà se è vero che fosse un "intellettuale" e chissà soprattutto cosa vuole dire questa parola che tanto ci fa arrovellare...Di una cosa siamo certi, io e gli altri amici che lo hanno brevemente avuto come "Professore": che di Berlusconi era un autentico conoscitore, lo aveva studiato, lo osservava come si guarda a un oggetto di studio, cercava di capire il suo talento, la sua "mostruosità". Forse ne era ossessionato. E gli piaceva poco. Io, personalissimamente, gliene sono molto grato. Qui di seguito l'articolo de 'La Repubblica'.

Addio a Edmondo Berselli, l´intellettuale ironico che sapeva raccontare il pop


MODENA - È morto ieri a Modena Edmondo Berselli, politologo ed editorialista di Repubblica e L´espresso. Aveva 59 anni. Era nato nel febbraio 1951 a Campogalliano, nel modenese. Studioso e osservatore dei costumi, giornalista, scrittore, la sua vita professionale era iniziata nel 1976, come correttore di bozze alla casa editrice il Mulino, a Bologna, di cui sarebbe diventato direttore editoriale. Un ruolo che lasciò solo nel 2000, per iniziare però, solo due anni dopo e fino al 2008, a dirigere l´omonima storica rivista.

È scomparso ieri il politologo, editorialista di "Repubblica" e de "l´Espresso". Con il suo stile è riuscito a interpretare le mille facce del Paese, tenendo insieme Pareto, Mariolino Corso, la tv, Guccini e Bauman. Tanti i messaggi di cordoglio, tra cui quello di Napolitano
Era un provinciale di mondo che amava molto la sua terra
La sua cultura era capace di spalancare finestre sulla vita normale

MICHELE SERRA
ROMANO PRODI
Dicono gli amici più vicini che la bella testa di Edmondo, negli ultimi mesi di faticosissima malattia, trovasse requie, e perfino felicità, solo nella scrittura. La cosa non sorprende. La testa di Edmondo era così piena di oggetti, di persone, di pensieri, che non poteva certo starsene in balia del male, a rimuginare sugli orribili impicci che ostano alla nostra libertà di pensare, e ai pensieri dare un senso, un ordine, una dignità formale.La testa di Edmondo era speciale: difficile da padroneggiare, immagino, anche per lui che ne era il padrone. Era la testa di un accademico, ben strutturata attorno allo studio, politologia, sociologia, la politica dottrinaria, la storia del pensiero. Ma era piena di finestre spalancate sulla vita "normale", la sua, la nostra. Le canzoni, il calcio, la televisione, quello che oggi si chiama genericamente "pop", erano per Edmondo materia di incessante curiosità, di partecipazione emotiva e razionale. Un intellettuale rigoroso che non diminuisce il suo calibro culturale solo perché la materia è vile e allegra, e parla di Mariolino Corso e di Pareto, dell´Equipe 84 e di Bauman, con lo stesso rispetto per i materiali della vita: questo era Edmondo Berselli, una smentita vivente della maniera appartata e schizzinosa con la quale il colto rischia sempre di guardare al "volgare". E al tempo stesso - e qui stava il difficile - uno che anche quando divagava lungo i margini più spensierati e leggeri della cultura di massa, non cadeva mai nel cosiddetto "cazzeggio", orrida parola che serve soprattutto a "prendere le distanze". La distanza, per Edmondo, era sempre la stessa: le cose si guardano (tutte) perché ci stanno di fronte. Si deve "scendere verso terra e trovare le soluzioni lì dove le stai cercando, nei labirinti del quotidiano, tra le alternative intrinseche della realtà": così ha scritto nel suo ultimo libro, partorito già in malattia, sul suo cane Liù, riflessione intensa, divertente, gentile sui complicati rapporti tra i viventi, compresi quelli che per farsi capire possono solo abbaiare. Bene la teoria, bene conoscere i testi sacri e padroneggiare i classici: ma la realtà è solo "lì dove la stai cercando", "verso terra", ed è con il colossale groviglio della società di massa, è con il brulicare degli esseri viventi che ognuno di noi deve fare (umilmente) i suoi conti.Quando lessi il suo libro (molto partecipe) sull´Emilia rossa, Quel gran pezzo dell´Emilia, gli feci notare, con scherzosa indignazione, che si era dimenticato di citare, nel suo enciclopedico percorso tra le persone e le cose della sua terra, la diva del cinema erotico soft Carmen Villani, che fu popolarissima verso la fine dei Settanta. Mi sembrò seriamente colpito da una chiosa così minima, e così poco nevralgica. Perché per lui il "pop" meritava lo stesso interesse di altre emerite rassegne di studiosi e di testi importanti. E molte delle sue energie, da adulto di successo, le ha dedicate all´inventario delle canzoni, alla critica televisiva, al racconto meditato dei suoi anni di formazione (gli anni del beat, i luminosi Sessanta non ancora incattiviti dall´ideologia), alla collaborazione teatrale con il suo amico Shel Shapiro, a un viaggio televisivo lungo i percorsi "padani" da restituire urgentemente a una memoria più serena e profonda, parlando più di Guareschi e Bertolucci, magari, che delle camicie verdi e degli ultimi ritrovati di una tradizione inventata. Era un provinciale di mondo. Amava profondamente la sua Modena. Flessioni quasi impercettibili di quella parlata resistevano nella sua voce colta: no, non è necessario essere teatralmente, ruvidamente "indigeni" per avere una forte identità territoriale. Lo vidi l´ultima volta nella stazione di Brescello, il paese di don Camillo, per una chiacchierata televisiva su Guareschi e la sua Bassa, in un pomeriggio di novembre fradicio e freddo che più bassaiolo di così non si poteva. Non era mai invasivo, mai saccente, mai cattedratico, nei suoi confronti era difficile nutrire soggezione anche pensandolo direttore del Mulino, capo di un cenacolo tra i più autorevoli del Paese. Scriveva benissimo, una prosa ricca, allusiva, fulminante negli incisi, e se non tutti i savants diventano bravi giornalisti è probabilmente perché mancano della sua quasi infinita elasticità di pensiero, indispensabile per adattare all´uso quotidiano pensieri raccolti leggendo la saggistica pesante.Divagante, spiritoso, acuto, leggerlo non era mai un´esperienza scontata. In ogni editoriale, in ogni libro, si indovinava una diffidenza radicata verso l´eccesso di pathos, i sentimenti incontrollati. Non infiammabile, non infiammava mai: ragionava, con un piglio quasi anglosassone molto raro dalle nostre parti. Una "freddezza" continuamente corretta dallo humour, dall´intelligenza, dall´amore per la realtà.Leggendo il suo Liù, che è quasi un testamento intellettuale, si capisce che molto del suo aplomb era dovuto a un profondo pudore. Il libro si chiude con una straordinaria mozione degli affetti, un lunghissimo elenco di amici e di luoghi, di persone e di città italiane, che adesso ci commuove profondamente. È un bell´elenco, in fin dei conti consolante, che racconta un´Italia migliore di come la pensiamo nel nostro ordinario malumore: sapeva vederla. Edmondo era un realista, ma non un pessimista. La fatica di capire, non certo la smania di giudicare, è stato il suo grande merito di intellettuale e di giornalista. Ci mancherà moltissimo, ci mancheranno i suoi nervi saldi, il suo rispetto per le piccole cose, la sua amicizia discreta, la misura di una scrittura che non si lascia mai sopraffare dalla realtà perché non la ripudia e non la bestemmia: la guarda, la vede, la accetta.Più difficile per noi accettare che Edmondo non ci sia più. Nel "labirinto del quotidiano", sapere che uno come lui stava cercando di orientarsi ci faceva sentire meno soli, e meglio accompagnati. Guardando una partita di calcio, ascoltando una canzone di Guccini o discettando sulla crisi della sinistra, continueremo a sentirlo nostro coetaneo, nostro amico, nostro compagno di viaggio.

martedì 6 aprile 2010

Aiutati che la Lega ti aiuta

Aiuti alle imprese e scudi fiscali, così il Carroccio conquista il Nord
Tito Boeri - La Repubblica 05.03.10

Come mai il mondo dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e degli artigiani che, secondo le indagini del Corriere della Sera doveva essere sul piede di guerra, ha tributato un plebiscito alla Lega? Un partito che ha sostenuto un governo imbelle di fronte alla crisi più pesante del dopoguerra, che ha assistito alla distruzione di più di 300.000 lavori autonomi, a un incremento del 16 per cento del numero di fallimenti di piccole imprese.Un partito che ha lasciato aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Come ha fatto allora la Lega a ottenere percentuali bulgare nel Trevigiano e nel Vicentino? Ci sono almeno tre spiegazioni. Prima spiegazione: leggo in molti commenti sul dopo voto che d´ora in poi la Lega sarà determinante nell´azione di Governo, ma la verità e che ha già pesato tantissimo sulla politica economica dell´esecutivo. Ha già strappato molte concessioni per i gruppi da lei rappresentati. La Cassa Integrazione in deroga, pagata da tutti i contribuenti e non dalle imprese ed erogata con discrezionalità quasi totale della politica, è, dopotutto, un´invenzione della Lega. Ha dato più risorse al tessile della bergamasca che a molte altre aziende che avevano altrettanto bisogno di aiuto (e un futuro meno improbabile) in altre parti del paese. Nelle province dove la Lega governava, vi è stato un ricorso massiccio a questo strumento: Brescia, ad esempio, ha raccolto il 20 per cento dei fondi stanziati in Lombardia quando il suo peso sull´occupazione della Regione supera di poco il 10 per cento. Ma ci sono tanti altri trasferimenti occulti, di cui non si ha traccia. Il fatto è che il Governo ha aperto in questa legislatura tanti piccoli rubinetti discrezionali, tutti di piccola entità, ma in gran parte gestiti direttamente dai politici locali che hanno potuto così farsi belli di fronte agli elettori. È stato fatto tutto fuori dalla Finanziaria. Nel 2009 ben cinque decreti, che hanno mobilitato risorse per 16 miliardi, un punto di pil. Non facendo parte della legge di bilancio, non potevano alterare i saldi, cambiavano solo la composizione della spesa o delle entrate. Ma sono serviti eccome per farsi riconoscere da chi beneficiava di un sussidio, anche se magari ciò che gli veniva dato con una mano veniva poi tolto con l´altra. La seconda spiegazione è che la pressione fiscale è aumentata in modo tutt´altro che uniforme e permettendo a molte piccole imprese di mettersi al riparo da futuri accertamenti del fisco. Si è proceduto allo smantellamento di strumenti di prevenzione della micro-evasione (ad esempio l´obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori), sono state abolite le limitazioni nell´uso di contanti e di assegni; la tracciabilità dei pagamenti e la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati. Operazioni tutte molto popolari. Alle piccole imprese dei "distretti industriali" (ovviamente definiti dalla politica) è stata anche offerta la possibilità di concordare, in anticipo, per tre anni, le imposte dovute, anche per i tributi locali, specificando che «in caso di osservanza del concordato i controlli sono eseguiti unicamente a scopo di monitoraggio». E poi c´è stato lo scudo fiscale il cui dato più eloquente è l´altissimo numero di aderenti (più di 200.000) per importi relativamente limitati (attorno ai 450.000 euro a testa). Insomma, tanti piccoli scudi.La terza spiegazione è che paradossalmente le prime elezioni con campagna elettorale sul web hanno mostrato come non si possa competere in politica facendo a meno di un partito. L´astensionismo ha esaltato l´unico partito oggi esistente al Nord. A trionfare non è stato l´amore, ma il partito che ha portato i propri militanti a votare. Un partito sempre più di potere al Nordest e Nordovest e ancora di lotta in Emilia, nella bassa Padania e in Toscana dove non a caso è più forte dove sono più numerose le comunità di immigrati cinesi. Nei suoi territori storici la Lega occupa e gestisce, con metodo e continuità. Ci vuole un partito per farlo, per selezionare e formare una classe dirigente locale e per far sì che questa presìdi e allarghi il suo raggio di influenza cooptando persone che obbediscono allo stesso capo. La Lega sceglie i suoi esponenti nei borghi, richiede l´identificazione in una comunità locale e l´accettazione da parte di questa per essere riconosciuto come militante. Poi per diventare amministratori locali e fare carriera bisogna fare la gavetta e offrire prove di fedeltà. Non contano invece le apparenze, neanche quelle televisive. La Lega in tutti questi anni è il partito che ha portato più giovani in Parlamento e nei consigli comunali e regionali. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché danno meno problemi, rispettano le gerarchie. In effetti, gli eletti della Lega (sia in Parlamento che nelle amministrazioni locali) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Ma gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli. Conta che rappresentino il loro territorio. Vale la targa più che il curriculum.È una forma partito difficilmente esportabile. Perché richiede un capo carismatico. E perché è da piccolo centro, dove è possibile avere un rapporto diretto con l´elettorato e non c´è bisogno dei media per raccogliere consensi. Al posto dei grandi potentati locali degli altri partiti, ci sono tanti "piccoli politici" di borgo con scarso potere contrattuale nel partito, per lo più sconosciuti al grande pubblico, che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi sindaci. Nel voto dello scorso fine settimana questi borghi hanno come cinto d´assedio i capoluoghi di regione. Una volta si diceva che solo un torinese avrebbe potuto governare il Piemonte. Da lunedì sappiamo che non è più così. E chissà se avremo presto anche un varesino alla guida di Milano. Ora che governa in prima persona un sesto del Paese, la Lega dovrà per forza di cose cambiare il suo rapporto con l´elettorato. Dovrà anche trovare una sintesi fra particolarismi di cui sin qui non è stata capace (basti pensare a come non ha saputo gestire il dualismo fra Malpensa e Linate). E soprattutto non avrà più scuse per rimandare il federalismo, quello vero, non quello dei borghi medioevali che cingono d´assedio le grandi città, ma quello che si gioca sull´asse Nord-Sud e che è da sempre nei proclami della Lega. È una prova difficile perché la Lega sin qui non ha saputo governare in grande. Proprio per questo, chi oggi intende contrastare il dominio della Lega dovrebbe compiere il passo opposto, organizzarsi per operare come partito anche sulla piccola scala, lontano dai riflettori, dimostrando come sia possibile affrontare le crisi locali senza le deroghe e le eccezioni. La prima sfida sarà proprio quella dell´uscita dalla Cassa Integrazione in deroga.

Incursione straniera

"Guarda che massa di bastardi morti". "Nice!"...Come dire fico, ben fatto. Ottimo lavoro. Sono i militari Usa (ma poco importa, potevano essere italiani se solo avessero degli Apache da pilotare in Iraq)...i militari Usa che hanno appena mitragliato una dozzina di persone, a Baghdad. Convinti che due di loro siano armati aprono il fuoco dall'elicottero con una mitragliatrice 30 mm, utilizzata di solito per i blindati. I due pericolosi uomini armati sono un fotografo dell'agenzia stampa Reuters e il suo accompagnatore. Rispettivamente 22 e 40 anni e 4 figli. Un furgoncino arriva sul luogo della strage e due, tre uomini escono a soccorrere il fotografo, ancora in vita. I militari chiedono concitatamente di poter aprire di nuovo il fuoco. In pochi secondi arriva il via libera. Alla fine, oltre a circa 12 morti, tra i feriti ci sono anche 2 bambini che erano dentro al furgoncino degli uomini arrivati sul luogo della strage. Dio benedica l'America...Dove c'è una stampa (e delle organizzazioni per la libertà di informazione) che fanno il loro mestiere. Spero proprio che questo video vi faccia correre in bagno a vomitare.