martedì 28 aprile 2009
Veronica Veronica Veronica
giovedì 23 aprile 2009
Indro, dove sei?

Il nostro Muro di Berlino

Dal sito 'Lettera 22' che lo ha ripreso da 'Io Donna'
Urss, quei ragazzi dell'89
Di Lucia Squeglia
Si avvicina l'anniversario della caduta del Muro, e a Mosca una mostra e un libro ricordano i protagonisti della strada, quei giovani della perestrojka che con creatività chiedevano un cambiamento, molto prima di Gorby
Martedi' 21 Aprile 2009 MOSCA – I nostri cuori reclamano il cambiamento/I nostri occhi pretendono il cambiamento/Nelle nostre risate e nelle nostre lacrime, nelle nostre vene pulsa il cambiamento – è il 1987, il rocker Viktor Tsoj canta nella scena clou del film Assa. Entrambi, film e cantante, emblema di un’epoca, “culto” per un’intera generazione. Quella dei giovani sovietici sospinti dal vento della perestrojka. Band leggendarie come Kino, Zvukj Mu, Nautilus Pompilus, E.S.T., gli artisti Timur Novikov e “Afrika”, la divina “marziana pop” Aguzarova. E dietro di loro, ben prima dell’89, migliaia che si esaltavano sotto il palco ai concerti, inventavano mode e stili, sovvertendo i canoni della vita sovietica. Biker, teddy boys, new wavers, metallari, punk, rockers, destrorsi "Oi", rockabilly e psychobilly e i loro antenati “styliagi”, patiti del jazz e del look “americano” nell’Urss anni 50. Vent’anni dopo la caduta del Muro, a Mosca una mostra e un libro li celebrano. Hooligans ’80 di Misha Baster (a cura dell’agenzia T.C.I., www.tci.ru), 800 foto da archivi privati mai pubblicate, 40 interviste ai protagonisti di quella straordinaria stagione: “Il più grande festival di disobbedienza giovanile della storia, l’epoca più libera per la Russia”. Allegro, ironico e spavaldo, tra protesta romantica e avventura, bullismo e provocazione: “Eccomi qua con la cresta punk - dice Baster. - Avevo 15 anni, e non capivo nulla di politica. Ma eravamo i primi giovani sovietici ad assaporare la libertà”. Gli alternativi nell’Urss ci sono sempre stati, ma erano nascosti, perseguitati, repressi, spiega l'autore. Con la perestrojka tutto cambia. Controllo e censura si allentano. Un’onda di “diversi” invade le strade, da Mosca a Sverdlovsk a Leningrado, epicentro del movimento: “Credevo di essere l’unico con la cresta, al festival della gioventù del 1985 capii che eravamo tantissimi. Nell’88 vidi dei biker sulla Piazza Rossa, con le loro Harley Davidson”. Dove diavolo le avevano prese? Erano quelle portate dai nonni come trofeo dalla guerra in Europa. Si va a caccia di abiti e musica straniera al mercato nero: già dalla fine dei ‘70 filtravano David Bowie e Talking Heads, giacche portate dai turisti italiani. “Il problema maggiore erano le scarpe: trovarne di buone era difficilissimo. Eravamo poveri, con poche informazioni dall’esterno, così ci arrangiavamo con quello che c’era, e finimmo per creare qualcosa di nuovo e unico”. Il punto non era copiare l’Occidente, ma andare contro il grigiore e l’uniformità del “brutale uomo sovietico”. Ecco gli aristo-punk, caricatura dei burocrati: nei negozi riservati all’elite del Partito rubano eleganti abiti “retro” e li accoppiano a capelli tinti in casa. I punk inglesi lottavano contro il capitalismo, e quelli russi? Il sistema, la nomenklatura, la vita noiosa, l’ingiustizia sociale. Gli “avanguardisti” invece si rifanno ai primordi della Rivoluzione, utopici e audaci. Nel 1988 inscenano una performance all’Asilo a Mosca, un grande squat giusto accanto a una scuola del kgb di cui nessuno conosceva l’esistenza. Pro-occidente? “Solo in parte. L’obiettivo era la libertà, l’espressione individuale”. Nel 1987 gli Aquarium cantano “Generazione di spazzini e portieri”, rifiutando l’etica del lavoro socialista. Un anno dopo l’umore è cambiato: “Questo treno sta bruciando, e non abbiamo nessun posto dove fuggire”. Polizia e kgb tornano a colpire le subculture: “Il crollo dell’Urss era vicino ma non lo sapevamo, né capivamo la valenza “politica” dei nostri gesti. Reagimmo con rabbia e nichilismo”. Certo, non tutti: c'erano ancora i Komsomoltsy, i giovani che sognavano una carriera nel partito sebbene in agonia, e facevano a botte con gli "alternativi", vere e proprie spedizioni punitive, specie dalle campagne. A scuola si portava ancora la divisa da pionieri, ma il fazzoletto rosso non lo metteva quasi più nessuno.“Fu un’epoca di euforia, enormi speranze e aspettative - ricorda Eduard Ratnikov, editore del libro e organizzatore di concerti di star internazionali in Russia. – Improvvisamente tutto pareva possibile. Dopo quel sepolcro imbiancato di Andropov, Gorby ci disse: Vi abbiamo dato la libertà, adesso usatela. Nell’89 ogni giorno c’erano riunioni, concerti, meeting. Poi di botto finì tutto. Al vecchio mondo si sostituì quello nuovo basato sul denaro. Non era quello che sognavamo”. Nel 1991, dopo il golpe vede il tricolore russo sventolare sul Cremlino invece della falce e martello: “Pensai di avere la traveggole: credevo che l’Urss sarebbe durata per sempre”. I suoi compagni di strada? C’è chi è diventato milionario e chi fa il poliziotto, chi è emigrato negli States. Moltissimi sono morti nel turbine dei 90, tra criminalità e droga: “Non eravamo abituati a rispondere delle nostre azioni”.
Uscito su 'Io Donna', settimanale del Corriere della Sera
Censura e auto-censura
Da 'L'Unità' - 20 aprile 2009
A questo punto deve essere una strategia. La continua sequenza di gaffe, frasi inopportune, battutacce, strappi ai protocolli istituzionali, violazioni delle cerimonie internazionali compiuta sistematicamente dal presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi non può essere archiviata come semplice “esuberanza”.L'ultima in ordine di tempo è quella che viene rivelata da un video di cui la Rai non ha parlato, ma che sta girando vorticosamente su Internet, tra Youtube e Facebook. Ed è stato da poco ripreso anche da La7. Si tratta della conferenza stampa finale del G20 di Londra. C'è il ministro Tremonti che sta spiegando la dinamica del vertice e ironizza sul lavoro portato avanti dai responsabili economici. A quel punto interviene Berlusconi che gli siede accanto e dice: «I ministri in compenso stavano al cesso...». Ricapitoliamo e inquadriamo la situazione: conferenza stampa ufficiale a Londra del vertice tra i 20 paesi più industrializzati del mondo, chiamati a elaborare strategie per uscire da una crisi che sta avendo conseguenti pesantissime su tanti cittadini. Giornalisti, italiani e stranieri, radunati per avere informazioni sulle decisioni dello Stato italiano sulla crisi economica, ma Berlusconi ha voglia di scherzare e si lascia andare alla scurrile espressione.Ma non è finita. Osservando una giornalista Rai prendere nota dell'ennesimo scivolone il primo ministro italiano passa direttamente alle minacce e dice, anzi intima: «Che scrivi tu. Non scrivere. Cosa scrivi. Guarda che ci sono le riunioni a casa mia per la Rai. Eh, stai attenta! Ripeto, stai attenta», conclude Berlusconi additando la giornalista. Qualcuno ride, come purtroppo succede spesso alle “battute” del capo di governo, ma la sua minaccia va a buon fine. La Rai non ne ha più parlato.
Tutti colpevoli tranne i responsabili
Da 'L'Unità' - 20 aprile 2009
Lodo Alfano per i top manager, il governo eclissa il processo Thyssen
di Massimo Franchi
Sacconi vuole salvare i manager Thyssen da una probabile condanna per strage. Una norma inserita surrettiziamente al decreto correttivo con cui il ministro del Lavoro ha modificato il Testo Unico sulla sicurezza mette al riparo i vertici di tutte le aziende dalle responsabilità su tutti gli infortuni sul lavoro. La denuncia arriva dalla Fiom Cgil. Ad accorgersi dell'articolo 10-bis introdotto nel decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 9 aprile sono stati i legali del sindacato: Elena Poli, Sergio Bonetto. Gli stessi che sono parte civile al processo Thyssen in corso a Torino e che vede imputati i vertici dell'azienda tedesca.«L'articolo 10-bis va a ribaltare il senso delle responsabilità in caso di incidente sul lavoro – spiega Bonetto - . Per rimanere alla Thyssen finora la responsabilità della mancanza degli estintori è di chi aveva in potere di comprarli, che aveva il budget per farlo e quindi i manager al massimo livello italiano e tedesco. Se passerà questa norma si farà il contrario: la responsabilità sarà al livello più basso, quello più vicino all'evento. Se passerà questa norma, per il rogo di Torino al massimo a pagare sarà il responsabile dello stabilimento. I top manager italiani e tedeschi sarebbero non imputabili». La norma ha infatti applicazione immediata. «Si tratta di norme penali e quindi migliorando le condizioni degli imputati sono valide per i processi in corso e hanno anche valore retroattivo», completa la spiegazione Elena Poli. La denuncia della Fiom arriva proprio nel giorno in cui il testo andrà alla Conferenza Stato Regioni. «Il Testo unico sulla sicurezza era uno dei pochi provvedimenti del governo Prodi che avevamo approvato. Chiediamo che lì venga modificato e, in caso contrario, facciamo appello al presidente della Repubblica, sempre sensibile a queste tematiche, perché blocchi l'ennesima porcata», sbotta Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom.«E' una norma salva-manager, un Lodo Alfano ancora più grave perché si parla di lavoratori – gli fa eco Giorgio Cremaschi -. La cosa più grave è che ora capiamo quello che è successo nei mesi scorsi in molte fabbriche. Ai capi reparto era stata fatta firmare una cosiddetta “presa di responsabilità”: in sostanza il testo diceva: “Se succede qualcosa, è colpa mia”. Noi eravamo tranquilli perché i nostri legali ci avevano detto che con il Testo Unico in vigore non aveva alcun valore. Ora capiamo che le aziende e Confindustria sapevano quello che stava scrivendo il governo e quella lettera ora inchioda i capi reparto e salva i manager».L'articolo 10-bis modifica il cosidetto “Obbligo di impedimento”. «Nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all'igiene sul lavoro il non impedire l'evento equivale a cagionarlo alle seguenti condizioni: (...) Il comma D recita: “che l'evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli articoli 56,57, 58, 59 e 60 del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate”. La traduzione la fanno gli avvocati. “Gli articoli citati – spiega Elena Poli – si riferiscono ai cosiddetti “preposti”. Si tratta dei capi-reparto, dei responsabili di stabilimento, ma anche dei progettisti, dei fabbricanti, degli installatori e pure dei medici che danno valutazioni sull'igiene e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Insomma, tutti tranne i manager».A rischio quindi non c'è solo il processo Thyssen, in corso a Torino, ma anche tutti i procedimenti che riguardano morti e infortuni sul lavoro.
Rumeno che non sei altro!
Da 'la Repubblica' - 12 aprile
Li avevano presi ieri mattina con l’accusa più infamante, quella di aver tentato di rubare nella casa di un anziano di Onna, il paese sventrato dal terremoto. Quattro romeni, tra cui la badante dell´anziano sfollato a San Felice d’Ocre, sono stati processati per direttissima e subito rimessi in libertà perché il fatto non sussiste: non c’è stato alcuno sciacallaggio, si erano solo ripresi le loro cose e non avevano neppure toccato i centomila euro che l’uomo conservava sotto una mattonella.
I quattro erano stati arrestati per la segnalazione di un volontario della protezione civile che aveva deciso di tenerli d’occhio quando la donna aveva chiesto le chiavi di casa dell’anziano per poter riprendere le sue cose con l’intenzione di lasciare l´Italia. Il volontario l´ha seguita, e quando ha visto che entrava in casa dell´anziano accompagnata dai tre connazionali ha chiamato i carabinieri, sospettando che stesse approfittando dell’assenza del padrone. Processati per direttissima nell´aula giudiziaria allestita nella scuola della Guardia di finanza, sono stati liberati con tante scuse e con la restituzione immediata dei gioielli che gli avevano sequestrato: erano i loro.
sabato 18 aprile 2009
Giacomo Di Girolamo
venerdì 17 aprile 2009
Il giornalismo il giornalismo il giornalismo...O la....?
Da 'la Repubblica' - 16.04.09
Guai alla tv che rema contro
di Michele Serra
Rispetto ai tempi del goffo "editto bulgaro", le nubi censorie che si addensano su Michele Santoro e su Milena Gabanelli (e tramite loro sulla Rai nel suo insieme) esprimono un punto di scontro più nitido e, nel suo genere, più maturo. Non è solo e non è tanto la "faziosità politica" – colpa opinabile per definizione – a essere sotto tiro. È la sostanza stessa del medium più importante e penetrante, la televisione, che trasmissioni come Annozero e Report interpretano come un contro-potere strutturalmente autonomo (tale è l´informazione nella tradizione delle democrazie), e questo potere politico intende, invece, come cingolo di trasmissione dei propri scopi: non per caso è un potere al tempo stesso politico e mediatico. Anche tecnicamente.Nei giorni drammatici del terremoto, lo scontro tra queste due funzioni della televisione è stato evidente. Si trattava di mettere l´accento sulle deficienze strutturali e le responsabilità umane che hanno aggravato di molto il bilancio delle vittime e dei danni. Oppure di esaltare l´opera dei soccorsi e l´efficienza dello Stato. Il primo obiettivo è tipico del giornalismo-giornalismo, che qui da noi, non si capisce bene per quale strambo equivoco, si chiama "d´assalto". Il secondo obiettivo è invece tipico della propaganda politica. Genera un linguaggio che tende alla retorica del positivo quanto il primo rischia di cadere nella retorica del negativo. Scelga ognuno quale di questi due rischi sia più sgradevole e pericoloso per la pubblica opinione. Ma si sappia che è solo il primo rischio – quello di una televisione aspra e irriducibile – a essere sotto accusa, e a nessuno, né dentro la Rai né nella cerchia della politica, è venuto in mente di biasimare o sanzionare le centinaia di ore di televisione leziosa e piagnona che hanno imbozzolato la tragedia del terremoto in un reticolo implacabile di buoni sentimenti, misurando ben più volentieri il diametro della "bontà nazionale" che quello dei pilastri sottodimensionati.Che i media abbiano anche, in queste situazioni, una funzione di rete connettiva, non solo logistica, che aiuta a reggere l´urto della morte, e a sentirsi comunità, è fuori di dubbio. Ma questa funzione è stata svolta perfino con sovrabbondanza, e fino a rendere stucchevoli anche le immagini del dolore e della rovina. Santoro e la sua redazione hanno scelto – in minoranza – di fare il resto del lavoro, come compete alla storia professionale di un giornalista molto discusso (e discutibile) ma molto tenace. E premiato dall´audience, concetto evidentemente sacro quando si tratti di contare i soldi della pubblicità, ma subito sottaciuto quando si tratti di misurare la temperatura di una parte consistente dell´opinione pubblica. Peccato che questo "resto del lavoro", sicuramente complementare a un quadro generale molto più blandamente critico, risulti insopportabile al potere politico, così come la puntuta inchiesta di Milena Gabanelli sulla social-card non poteva che fare imbufalire il ministro Tremonti."Remare contro" fu una delle prime accuse che il Berlusconi leader nascente mosse ai suoi oppositori. Non lo sfiorò (e non lo sfiora) il sospetto che c´è chi rema né contro né a favore, ma per suo conto. Anche sbagliando, ma sottoponendo al giudizio del pubblico, non al giudizio del potere, i propri errori. Il giornalismo è questo, e dovrebbe saperlo anche il direttore del Giornale Mario Giordano, che un minuto dopo avere potuto dire esattamente quanto voleva dire ad "Annozero" ha orchestrato una violenta campagna di stampa contro lo "sciacallo Santoro". Qualcuno aveva forse detto a Giordano, o a uno qualunque dei giornalisti e telegiornalisti governativi, che usare il terremoto per magnificare la prestanza e la generosità del premier era "sciacallaggio"? Ci si era limitati a pensare, magari, che fosse cattivo gusto, e la libertà di cattivo gusto, se non è sancita dalla Costituzione, è suggerita dal buon senso. Quanto alla vignetta di Vauro trattata da casus belli e ridicolmente accusata di mancanza di "pietà per le vittime", varrebbe il concetto di cui sopra: qualora la si ritenga di cattivo gusto, da quando il cattivo gusto è oggetto di censura? E quelli che, al contrario, affidano la "pietà per le vittime" a ben altri canali, magari privati, e apprezzano la ruvida intelligenza e la lunga coerenza professionale di Vauro, dovrebbero forse ingoiare il boccone della censura nel nome di una "informazione corretta"? Ma corretta da chi? Dal direttore del "Giornale"?
giovedì 16 aprile 2009
Siamo dei gran Vauri tutti quanti
Editto su editto

mercoledì 15 aprile 2009
La trasparenza

E costruivano le case bis

di Tito Boeri
È la prima volta che un terremoto ci colpisce nel mezzo di una recessione. Per giunta questa è la crisi più pesante del Dopoguerra. Eppure la sfortuna nella sfortuna, può rivelarsi un´opportunità per uscire prima dalla crisi e gettare le condizioni perché nuove catastrofi distruggano meno vite umane. A condizione che il Governo riveda le sue priorità di politica economica e introduca subito un´assicurazione obbligatoria, privata, contro le calamità naturali. Servirà anche come assicurazione contro la miopia della classe politica. La ricostruzione dopo un terremoto comporta un forte incremento degli investimenti pubblici e privati, attivando meccanismi a catena in cui maggiore domanda genera consumi e investimenti aggiuntivi. Soprattutto durante le recessioni questi effetti moltiplicativi sono consistenti, perché gli investimenti pubblici non "spiazzano" gli investimenti privati. Certo, il moltiplicatore della spesa pubblica non può essere pari a 15, come ipotizzato dal Governo al varo degli incentivi per l´auto il febbraio scorso. Ma anche con un moltiplicatore pari a 5, una spesa pubblica per la ricostruzione di 10 miliardi di euro (le risorse impegnate nella ricostruzione del Friuli dopo il terremoto) genera 50 miliardi di euro aggiuntivi, aumentando il prodotto interno lordo di più di tre punti percentuali. Ma oggi noi tutti abbiamo a cuore qualcosa di molto più importante della crescita dei nostri redditi: si tratta della tutela delle vite umane. In Abruzzo, come ormai riconosciuto dagli stessi impresari edili locali di fronte al "corpo di reato", agli edifici letteralmente polverizzati dal sisma, si costruiva "a risparmio", utilizzando materiali scadenti e armature del tutto inadeguate per un´area a così alto rischio sismico. Speriamo che, almeno questa volta, la giustizia faccia il suo corso. Ma nessuna pena o sanzione prevista per questi reati potrà mai essere un deterrente sufficiente contro nuove violazioni dei regolamenti edilizi. Il fatto è che gli stessi proprietari spesso accettano di buon grado queste violazioni pur di spendere di meno. Speriamo anche che le Regioni, d´ora in poi, impongano controlli più stringenti e non più limitati alla vidimazione formale dei progetti prima della costruzione, con prelievi di campioni dei materiali utilizzati a cantieri aperti e ad opera realizzata. Ma conoscendo l´incompetenza di chi spesso è chiamato a fare i controlli, la presenza di non pochi funzionari corrotti nelle nostre amministrazioni pubbliche e la competizione tutta sul prezzo di molte gare d´appalto, è fondamentale basarsi anche su incentivi di mercato. Questo significa che non deve più essere economicamente conveniente la costruzione "a risparmio" di materiali e tecniche antisismiche e che ci debbano essere agenti terzi che hanno tutto l´interesse a verificare il rispetto delle norme. Un´assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali è uno strumento di questo tipo. Fa aumentare, anziché ridurre, il costo di una casa se i materiali non sono adeguati, perché bisogna pagare un premio più alto all´assicuratore. Inoltre quest´ultimo ha tutti gli incentivi a verificare il rispetto delle norme antisismiche per ridurre il rischio di forti danni al patrimonio assicurato in occasione di catastrofi naturali. Bene hanno fatto perciò il Ministro Brunetta e Gianantonio Stella sulle colonne del Corriere a rilanciare in questi giorni la proposta, formulata dalla Commissione Tecnica per la Spesa Pubblica nel 1995, di introdurre anche in Italia un´assicurazione privata obbligatoria contro le catastrofi naturali. Meglio ancora capire perché questa proposta, da anni in discussione, sia rimasta sin qui lettera morta.Il vero motivo è che un´assicurazione di questo tipo, oltre ad essere sgradita ad assicuratori e costruttori, sarebbe stata percepita come una tassa sulla casa, il prelievo più odiato dagli italiani. Governi a caccia di consenso immediato preferiscono perciò smantellare del tutto l´Ici piuttosto che investire capitale politico nella sicurezza dei cittadini. La miopia della nostra classe politica, non meno colpevole degli impresari edili dell´Abruzzo, la si misura nel degrado delle proprietà immobiliari dello Stato. Parlano, forse ancora prima che il crollo di tutti, dicasi tutti, gli edifici pubblici de l´Aquila, i primi dati dell´anagrafe degli edifici scolastici resi pubblici in questi giorni. Solo un terzo delle scuole italiane è stato costruito negli ultimi trent´anni; fino ad un edificio su quattro (di molte scuole non si sa neanche la data di costruzione) potrebbe essere stato costruito prima del 1920; eppure, negli ultimi vent´anni solo il 22% delle scuole è stato ristrutturato! La risposta del Governo sin qui non è stata diversa da quella successiva al terremoto in Irpinia: sgravi fiscali e moratorie di tutti i tipi per le aree terremotate (rigorosamente senza limiti né di tempo, né riguardo alla popolazione interessata), proposte (in passato sempre puntualmente realizzate) di addizionali, cioè nuove tasse una tantum, pro-terremotati. Speriamo che il prossimo Consiglio dei Ministri, che avrà luogo nelle zone del terremoto, faccia scelte lungimiranti, sfruttando il clima di unità nazionale che si respira in queste occasioni per vincere la resistenza delle potentissime lobby dei costruttori e degli assicuratori e le esitazioni degli stessi cittadini proprietari di case. Essere lungimiranti vuol dire realizzare il piano del 1995, introducendo come in molti altri paesi un´assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali, facilitando la costruzione di pool di assicurazioni che operino sulla stessa area (per evitare la concentrazione del rischio su di un solo assicuratore). Significa reintrodurre l´ICI sulla prima casa, almeno al di sopra di una soglia di valore dell´abitazione: servirà a finanziare prima la ricostruzione, poi gli interventi degli enti locali nella manutenzione degli edifici pubblici e delle infrastrutture, che contribuiranno a ridurre i costi delle polizze anticatastrofe, quindi saranno più visibili ai cittadini. Vuol dire, infine, abbandonare il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina per costruire, al suo posto, un ponte verso il futuro dei nostri figli che devono poter andare a scuola senza rischiare la propria vita: ci vuole un piano straordinario per l´edilizia scolastica. Alcune di queste spese potranno anche essere sostenute in disavanzo, perché ci fanno spendere di più oggi per risparmiare in futuro, il principio opposto a quello seguito dal Ministro Tremonti nel varo di operazioni di finanza creativa sugli immobili pubblici, come Scip 1 e Scip 2, in cui si anticipavano ricavi spostando le spese (e che spese!) al futuro. Non è possibile che da noi terremoti meno intensi di quelli che avvengono in altri paesi e in aree ancora più densamente popolate (si pensi al terremoto di San Francisco del 1989) provochino 5 volte più vittime, feriti e sfollati. Ogni volta che succede ce lo diciamo. Poi cala l´attenzione mediatica (30 giorni dopo il terremoto in Irpinia non c´erano più inviati dei grandi quotidiani nazionali nelle zone colpite dal sisma) e con essa l´attenzione dell´opinione pubblica. E così tutto torna come prima. Per questo è adesso, subito, il momento di fare scelte lungimiranti pensando a costruire antidoti contro la miopia dei privati e quella, ancor più grave, dei politici.
E costruivano le case

La ricostruzione a rischio clan. Ecco il partito del terremoto
di ROBERTO SAVIANO
L'AQUILA - "Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.
La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".
Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.
"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.
Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.
L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.
I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.
Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.
Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo.
I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare...
La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.
© 2009 by Roberto Saviano - Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
venerdì 10 aprile 2009
Chi è il colpevole
Da 'la Repubblica' - 09.04.09
Bob Quick lascia il suo incarico e anche Scotland Yard. La sua colpa: ieri, andando a un incontro a Downing Street, non ha nascosto una cartelletta piena di dati su un imminente blitz
Londra, fuga (involontaria) di notizie. Si dimette il capo dell'antiterrorismo
LONDRA - Il capo dell'antiterrorismo di Scotland Yard, Bob Quick, ha annunciato stamani le sue dimissioni dopo una fuga di notizie riguardanti una delicata operazione della polizia, che ha portato ieri sera a 12 arresti nel Nord-ovest dell'Inghilterra. Il sindaco di Londra Boris Johnson ha "accettato con grande dispiacere" la decisione dell'Assistant Commissioner.
Quick era stato fotografato ieri al suo arrivo a Downing Street per un incontro con il primo ministro Gordon Brown, con alcuni documenti sui quali erano leggibili i particolari dell'operazione contro un gruppo di presunti terroristi che farebbero capo ad Al Qaeda. I media hanno diffuso in serata la foto, oscurando il contenuto dei documenti, che menzionavano luoghi e particolari della natura della minaccia presentata dai sospetti. In particolare, il memo che portava ben visibile in mano era marcato dalla parola secret e conteneva diversi nomi di funzionari, luoghi e dettagli della minaccia terroristica.
Una fuga di notizie che ha obbligato le forze dell'ordine a effettuare il blitz in tutta fretta. In una nota il ministro dell'Interno britannico Jacqui Smith ha ricordato che "anche se l'operazione è stata condotta con successo, il capo dell'antiterrorismo ha ritenuto che la sua posizione fosse divenuta indifendibile. Esprimo apprezzamento per la mole di lavoro svolta durante il suo incarico".
Quanto al diretto interessato, Quick ha commentato così: "Ho offerto oggi le mie dimissioni nella consapevolezza che la mia azione potrebbe aver compromesso un'importante operazione di antiterrorismo. Mi dispiace profondamente per il danno causato ai colleghi impegnati nell'operazione". Un portavoce della polizia metropolitana di Londra ha poi precisato che Quick si è dimesso non solo dal suo incarico ma anche da Scotland Yard, dove prestava servizio dal 1978. Il suo successore, John Yates, per quanto non abbia alle spalle un'esperienza diretta di antiterrosimo, è considerato uno dei funzionari operativi più competenti.
giovedì 9 aprile 2009
17 franchi tiratori contro le ronde
Da 'la Repubblica' di oggi
mercoledì 8 aprile 2009
Bye bye ronde
ROMA - Alla fine il decreto passa. Ma la retromarcia del governo sulle ronde e la secca bocciatura sull'esecuzione dell'espulsione degli immigrati fanno esplodere l'ira della Lega. Che infatti non parteciperà al voto finale. Insomma, il Carroccio, che della sicurezza fa uno dei suoi temi forti, deve incassare, nella stessa giornata, il doppio stop alla Camera di due norme che considerava vitali: le ronde e la permanenza dei clandestini nei Cpt. Le prime vengono stralciate dal decreto, la seconda viene cancellata grazie al voto di alcuni parlamentari della maggioranza che si schierano con l'opposizione. Troppo per Bossi e soci che danno libero sfogo alla rabbia e chiamano in causa il premier: "Berlusconi garantisca per le scelte di governo". Una minaccia, neanche tanto velata, alla tenuta dell'esecutivo. Fortemente volute dal Carroccio e altrettanto fortemente contestate dall'opposizione e criticate dal Csm e dai sindacati di polizia, le ronde sono state stralciate dal decreto. Il governo, infatti, davanti all'ostruzionismo dell'opposizione, ha accettato di farle confluire nel disegno di legge sempre in materia di sicurezza all'esame della Camera. Soddisfatta l'opposizione. Che, poco dopo, incassa un nuovo successo. L'aula infatti approva, a scrutinio segreto, gli emendamenti del Pd e dell'Udc al decreto che sopprimono l'articolo del testo sull'esecuzione dell'espulsione degli immigrati. Gli emendamenti, che mirano alla soppressione dell'articolo 5 del decreto legge, che aumentava a 180 giorni il tempi di permanenza nei Cpt degli immigrati, passano con 232 voti a favore, 225 contrari e 12 astensioni (compresi alcuni dipietristi, cosa che ha scatenato l'irritazione del Pd). Diciassette parlamentari del Pdl votano con l'opposizione e il Carroccio insorge: "E' un tradimento".
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La Lega è furiosa e il ministro dell'Intero Roberto Maroni alza i toni: "Sono furibondo. Dal 26 aprile dovremo rimettere in libertà 1.038 clandestini". Poi la secca chiamata in causa del premier: "Intervenga, serve il suo impegno per le scelte del governo. Per due volte le nostre iniziative sono state smentite dal voto dei franchi tiratori. Chiederò a Berlusconi di farlo lui, perchè evidentemente io non riesco a farlo e lo ammetto. O ci riesce il presidente del consiglio o dovrò prendere atto che sull'immigrazione clandestina la maggioranza, o una parte di essa, non la pensa così severamente come la pensiamo noi". Ma le parole di Maroni non piacciono al Pdl. "Nessuno scagli la prima pietra, nessuno faccia il primo della classe, bisogna rimediare prima che sia troppo tardi, questo provvedimento è necessario" dice Ignazio La Russa - Semmai bisogna cercare di capire chi siano stati i 12 franchi tiratori e parlargli in separata sede. Piuttosto che lamentarsi bisogna adesso cercare di rimediare". Soddisfatta, ovviamente, l'opposizione. "Questo voto conferma che c'è una parte della maggioranza per cui conta l'adesione alle regole della civiltà del nostro Paese e che non si lascia dettare l'agenda dalla Lega" commenta Antonello Soro, capogruppo del Pd. Per l'ex segretario Walter Veltroni è "una vittoria della ragione", mentre l'atteggiamento dell'Idv è "sconcertante". Tornando alle ronde, da punto di vista tecnico, sarà un emendamento della commissione a cancellare dal decreto sicurezza la norma. Le norme poi verranno molto probabilmente inserite in un disegno di legge di cui il governo chiederà l'esame quanto prima già nella riunione dei capigruppo prevista per questo pomeriggio. "Tolta la demagogia delle ronde, ora ci si può concentrare sulla sicurezza dei cittadini, cioè avere più forze dell'ordine sulle strade e trovare le risorse necessarie. Su questo noi del Pd siamo pronti a collaborare" dice Dario Franceschini. "Siamo molto soddisfatti - sostiene Michele Vietti dell'Udc - che il governo abbia cambiato parere su una nostra proposta molto ragionevole. Grazie al nostro ostruzionismo salta un macigno e ora siamo impegnati nell'accelerare l'esame del testo". Governo di nuovo battuto. Governo battuto per la seconda volta oggi in aula alla Camera: l'assemblea, con 165 voti a favore, 157 contrari e un astenuto, ha infatti approvato una mozione del Pd sulle banche e le fondazioni su cui l'esecutivo aveva espresso parere contrario. Il testo del Pd, che impegna il governo a dare piena attuazione alle norme anticrisi relative alle banche e al credito, è stato approvato nonostante il parere negativo. I deputati della Lega non erano in Aula al momento del voto.
(8 aprile 2009)
Da Milano Due a L'Aquila Due

FRANCO GABRIELLI L'EX 007 ALLA GUIDA DELLA PREFETTURA DELL'AQUILA...Paolo Silvestrelli per "Italia Oggi" - Il consiglio straordinario dei ministri convocato per l'emergenza terremoto negli Abruzzi ha nominato Franco Gabrielli prefetto dell'Aquila. Gabrielli che ha cominciato la sua carriera alla Digos di Imperia per poi passare alla direzione di Roma, alla fine del 2000 riuscì a smantellare le nuove brigate rosse. Con un minuzioso lavoro di investigazione tecnologica riuscì a fermare l'intera organizzazione delle Br e a catturare gli assassini di Massimo D'Antona e di Marco Biagi. Nominato dirigente superiore, lasciò la questura di Roma per poi essere nominato capo del Servizio centrale antiterrorismo, interno ed internazionale. Nel 2006 il governo Prodi lo ha nominato prefetto mettendolo alla guida del Sisde incarico teminato nel maggio 2008. Ora la nuova sfida.
