martedì 28 aprile 2009

Veronica Veronica Veronica

(ANSA) - ROMA, 28 APR - ''Ciarpame senza pudore''. Cosi', Veronica Lario definisce, in una dichiarazione all'ANSA, l'uso delle candidature delle donne che a suo avviso si sta facendo per le elezioni europee.La signora Berlusconi ha deciso di mettere per iscrittoin una mail - in risposta ad alcune domande sul dibattito aperto dall'articolo pubblicato ieri dalla Fondazione Farefuturo -il suo stato d'animo di fronte a cio' che hanno scritto oggii giornali sulle possibili candidate del Pdl alle europee.''Voglio che sia chiaro - spiega - che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire''.Alla domanda su cosa pensa del ruolo delle donne in politica, alla luce delle polemiche di queste ore, Veronica Lario risponde che ''per fortuna e' da tempo che c'e' un futuro al femminile sia nell'imprenditoria che nella politica e questa e'una realta' globale. C'e' stata la Thatcher e oggi abbiamola Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere direche esiste una carriera politica al femminile''.þ ''In Italia - aggiunge la moglie del presidente del Consiglio - la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere piu' belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non e' un merito ne'un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che e' ancora piu' grave, e' la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilita' di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state semprein prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti''.''Qualcuno - osserva Veronica Lario - ha scritto che tutto questo e' a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali e' un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere''.La signora Berlusconi prende anche l'iniziativa di parlare della notizia, pubblicata oggi da la Repubblica, secondo cuiil premier sarebbe stato domenica notte in una discotecadi Napoli a una festa di compleanno d'una ragazza di 18 anni: ''Che cosa ne penso? La cosa ha sorpreso molto anche me, anche perche' non e' mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato''. (ANSA).
PNZ28-APR-09 22:31

giovedì 23 aprile 2009

Indro, dove sei?




Dal sito 'Articolo 21.info'

Perchè con Montanelli e con Englaro

di Federico Orlando

Oggi è il 22 aprile, cento anni dalla nascita di Indro Montanelli, uno dei due grandi giornalisti del Novecento, con Enzo Biagi,  le cui immagini sono sulla nostra tessera di associati ad Articolo 21. Morì otto anni fa, il 22 luglio 2001, quasi rifiutandosi di legittimare, con la sua permanenza in vita, la seconda vittoria elettorale della Destra, che egli aveva previsto non solo nel risultato ma negli esiti nefasti che avrebbe auto sull’etica italiana. L’aveva scritto e detto in tv a Biagi, meritandosi lui una busta con le pallottole sul tavolo del ristorante, episodio di cui l’indomani scrisse il commensale Ferruccio de Bortoli sul Corriere della sera, e guadagando a Biagi l’ultimo titolo per l’iscrizione nella lista bulgara che di lì a poco sarebbe seguita da parte del governo.Se fosse rimasto ancora in vita, Montanelli sarebbe stato con Articolo 21, cui con Beppe Giulietti, Tommaso Fulfaro e altri amici anche giovani e giovanissimi fondammo proprio nelle ore in cui il nostro maestro se ne andava. Avrebbe continuato a combattere, se vivente, un avversario del quale aveva ormai timore: “Ho visto tante brutte Italie nella mia lunghissima vita – disse a Laura Laurenzi per la Repubblica il 26 marzo 2001, alla vigilia del voto:  quella della marcia su Roma becera e violenta ma animata forse anche da belle speranze; quella del 25 luglio, quella del’8 settembre e anche quella di piazzale Loreto animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo”.Ce ne vengono conferme in questi giorni, più che da nuove minacce bulgare a giornalisti e a trasmissioni Rai, da attacchi al capo dello stato che osa svolgere ancora la sua funzione di garanzia; alla corte costituzionale che osa giudicare le leggi votate dal parlamento (come se non esistesse proprio per questo); ai pubblici ministeri nati col gusto di far male, come i delinquenti;  all’intera funzione giudiziaria che sta lì ad intralciare: e oggi intralcerebbe la ricostruzione delle aree terremotate con la sua pretesa di accertare se appaltatori, ingegneri, direttori di lavori, amministratori locali, hanno fatto il loro dovere o, col loro lassismo, hanno creato le premesse di un disastro che ha ucciso 300 vite. L’indice di gradimento degli italiani per il premier super legem aumenta – dice Mannahimer – quasi a conferma della montanelliana “feccia che risale il pozzo”: dateci la società senza leggi, senza tasse, senza regole, senza controlli, senza proibizioni, riservando queste ultime a Eluana Englaro per compiacere altri poteri altrettanto sprofondati nel pozzo dell’oscurantismo.Noi stasera consegnamo a Beppino Englaro la litografia della colomba trafitta dagli strali, il nostro modesto attestato di informatori dell’opinione pubblica: attestato di “cittadino esemplare” dell’anno, per aver voluto, nell’Italia del Sultano a cui Sartori e Pannella hanno appena dedicato o stanno per dedicare due analisi che dovete conoscere e meditare, per aver voluto in questo sultanato, dicevo,  rispettare la legge fino all’ultimo, lungo un calvario di 17 anni, piuttosto che piegarsi al comune senso italiano dell’immoralità: quello che avrebbe consigliato anche ai genitori di Eluana di fare come si fa in Italia già dall’antico: “Le leggi son, ma chi pon mano ad elle?”.Montanelli sarebbe stato, in questo spirito, vicino alla famiglia Englaro, come noi, ma con ben altro peso morale in quella parte di italiani che all’etica della legalità credono ancora. Non ancora plagiati dagli Idoli delle gerarchie politiche e religiose, di nuovo convergenti in Italia come nella provvidenziale dittatura fascista.Mi permetto di dire questo non solo per il ben noto laicismo del maestro,  per la sua ben nota e ripetuta affermazione che la Chiesa deve fare il suo lavoro ma lo Stato deve garantire a cittadini di ogni confessione o di nessuna confessione l’eguaglianza di fronte a una legge neutrale e non già derivata da principi di una di quelle confessioni. Mi permetto di dirlo  perché questa sua fiducia nella Legge super partes faceva parte del patrimonio della sua teoria politica, di uomo – come si autodefiniva – della Destra Storica (la destra storica del risorgimento, forse da lui mitizzata perché questo povero paese potesse avere una pagina di riandare orgoglioso)  ; e perché il suo stesso antiberlusconismo era, in definitiva, lotta alla cultura dell’illegalità, della sacrestia, del tutto s’aggiusta in privato, del condono, dell’amnesia, non certo lotta alla cultura del fare, ce egli amava ance come milanese d’adozione.Lo Stato della legge è lo Stato di diritto, che è l’antitesi perfetta dello Stato etico. Etico era lo stato totalitario, lo stato gentiliano, che è una chiesa senza paramenti, ma coi suoi dogmi e con le sue divise d, naturalmente, coi suoi tribunali speciali dell’inquisizione. Oggi Sartori di spiega che al califfato etico stiamo arrivando senza marce su Roma e colpi di stato, per un verso svuotando le istituzioni della democrazia e lasciandole come gusci vuoti, occupati da un potere senz’altra regola che il potere stesso; per un altro verso dando ai comportamenti del nuovo potere verniciature pseudoetiche compensate dalle benedizioni. Trono e altare, si diceva una volta. Oggi aggiungerei la sharia.Indichiamo ai giovani colleghi come esemplare la figura del signor Englaro, come ieri quella di Montanelli. A entrambi, credo lo consenta il signor Englaro, si addice il consiglio ai giovani che Montanelli ripeteva: “Combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io tutte le battaglie. Ma una potete vincerne, quella che s’ingaggia ogni mattina con se stessi davanti allo specchio”. Io sono meno legato ai ruoli un po’ estremi, e ai giovani colleghi dico che, se si combattono le battaglie per le cose in cui si crede, e le si perde, non è vero che la situazione resti così come sarebbe stata senza aver combattuto: la situazione cambia profondamente, in rapporto ai contenuti della battaglia che voi avete perso ma che la società ha assorbito, come la terra assorbe la pioggia e se ne nutre. “E’ nel sonno della pubblica coscienza – ripeteva Montanelli da Tocqueville  – che maturano le tirannidi”. Noi aggiungiamo la modesta osservazione che se quel sonno è impedito dai nostri comportamenti, dai comportamenti alla Englaro, la tirannide non matura.

Il nostro Muro di Berlino


L'anniversario si avvicina. Sono i nostri primi ricordi coscienti del fatto che fuori c'era un mondo che girava. Io avevo 13 anni. Una mia zia me ne portò un pezzo. Ma in Unione Sovietica le cose stavano già cambiando. Invece da noi, 20 anni dopo, sembra di essere ancora all'epoca della Dc. Noi il nostro muro mi sa che non lo faremo cadere tanto presto.

Dal sito 'Lettera 22' che lo ha ripreso da 'Io Donna'

Urss, quei ragazzi dell'89

Di Lucia Squeglia

Si avvicina l'anniversario della caduta del Muro, e a Mosca una mostra e un libro ricordano i protagonisti della strada, quei giovani della perestrojka che con creatività chiedevano un cambiamento, molto prima di Gorby

Martedi' 21 Aprile 2009 MOSCA – I nostri cuori reclamano il cambiamento/I nostri occhi pretendono il cambiamento/Nelle nostre risate e nelle nostre lacrime, nelle nostre vene pulsa il cambiamento – è il 1987, il rocker Viktor Tsoj canta nella scena clou del film Assa. Entrambi, film e cantante, emblema di un’epoca, “culto” per un’intera generazione. Quella dei giovani sovietici sospinti dal vento della perestrojka. Band leggendarie come Kino, Zvukj Mu, Nautilus Pompilus, E.S.T., gli artisti Timur Novikov e “Afrika”, la divina “marziana pop” Aguzarova. E dietro di loro, ben prima dell’89, migliaia che si esaltavano sotto il palco ai concerti, inventavano mode e stili, sovvertendo i canoni della vita sovietica. Biker, teddy boys, new wavers, metallari, punk, rockers, destrorsi "Oi", rockabilly e psychobilly e i loro antenati “styliagi”, patiti del jazz e del look “americano” nell’Urss anni 50. Vent’anni dopo la caduta del Muro, a Mosca una mostra e un libro li celebrano. Hooligans ’80 di Misha Baster (a cura dell’agenzia T.C.I., www.tci.ru), 800 foto da archivi privati mai pubblicate, 40 interviste ai protagonisti di quella straordinaria stagione: “Il più grande festival di disobbedienza giovanile della storia, l’epoca più libera per la Russia”. Allegro, ironico e spavaldo, tra protesta romantica e avventura, bullismo e provocazione: “Eccomi qua con la cresta punk - dice Baster. - Avevo 15 anni, e non capivo nulla di politica. Ma eravamo i primi giovani sovietici ad assaporare la libertà”. Gli alternativi nell’Urss ci sono sempre stati, ma erano nascosti, perseguitati, repressi, spiega l'autore. Con la perestrojka tutto cambia. Controllo e censura si allentano. Un’onda di “diversi” invade le strade, da Mosca a Sverdlovsk a Leningrado, epicentro del movimento: “Credevo di essere l’unico con la cresta, al festival della gioventù del 1985 capii che eravamo tantissimi. Nell’88 vidi dei biker sulla Piazza Rossa, con le loro Harley Davidson”. Dove diavolo le avevano prese? Erano quelle portate dai nonni come trofeo dalla guerra in Europa. Si va a caccia di abiti e musica straniera al mercato nero: già dalla fine dei ‘70 filtravano David Bowie e Talking Heads, giacche portate dai turisti italiani. “Il problema maggiore erano le scarpe: trovarne di buone era difficilissimo. Eravamo poveri, con poche informazioni dall’esterno, così ci arrangiavamo con quello che c’era, e finimmo per creare qualcosa di nuovo e unico”. Il punto non era copiare l’Occidente, ma andare contro il grigiore e l’uniformità del “brutale uomo sovietico”. Ecco gli aristo-punk, caricatura dei burocrati: nei negozi riservati all’elite del Partito rubano eleganti abiti “retro” e li accoppiano a capelli tinti in casa. I punk inglesi lottavano contro il capitalismo, e quelli russi? Il sistema, la nomenklatura, la vita noiosa, l’ingiustizia sociale. Gli “avanguardisti” invece si rifanno ai primordi della Rivoluzione, utopici e audaci. Nel 1988 inscenano una performance all’Asilo a Mosca, un grande squat giusto accanto a una scuola del kgb di cui nessuno conosceva l’esistenza. Pro-occidente? “Solo in parte. L’obiettivo era la libertà, l’espressione individuale”. Nel 1987 gli Aquarium cantano “Generazione di spazzini e portieri”, rifiutando l’etica del lavoro socialista. Un anno dopo l’umore è cambiato: “Questo treno sta bruciando, e non abbiamo nessun posto dove fuggire”. Polizia e kgb tornano a colpire le subculture: “Il crollo dell’Urss era vicino ma non lo sapevamo, né capivamo la valenza “politica” dei nostri gesti. Reagimmo con rabbia e nichilismo”. Certo, non tutti: c'erano ancora i Komsomoltsy, i giovani che sognavano una carriera nel partito sebbene in agonia, e facevano a botte con gli "alternativi", vere e proprie spedizioni punitive, specie dalle campagne. A scuola si portava ancora la divisa da pionieri, ma il fazzoletto rosso non lo metteva quasi più nessuno.“Fu un’epoca di euforia, enormi speranze e aspettative - ricorda Eduard Ratnikov, editore del libro e organizzatore di concerti di star internazionali in Russia. – Improvvisamente tutto pareva possibile. Dopo quel sepolcro imbiancato di Andropov, Gorby ci disse: Vi abbiamo dato la libertà, adesso usatela. Nell’89 ogni giorno c’erano riunioni, concerti, meeting. Poi di botto finì tutto. Al vecchio mondo si sostituì quello nuovo basato sul denaro. Non era quello che sognavamo”. Nel 1991, dopo il golpe vede il tricolore russo sventolare sul Cremlino invece della falce e martello: “Pensai di avere la traveggole: credevo che l’Urss sarebbe durata per sempre”. I suoi compagni di strada? C’è chi è diventato milionario e chi fa il poliziotto, chi è emigrato negli States. Moltissimi sono morti nel turbine dei 90, tra criminalità e droga: “Non eravamo abituati a rispondere delle nostre azioni”.

Uscito su 'Io Donna', settimanale del Corriere della Sera

Censura e auto-censura

Da aggiungere all'elenco...Ma visto che alla maggioranza degli italiani piace...Il problema più grave resta quello della mancanza di informazione.

Da 'L'Unità' - 20 aprile 2009

Su Internet il video di Berlusconi che dice ai ministri del G20: «Stavano al cesso»

A questo punto deve essere una strategia. La continua sequenza di gaffe, frasi inopportune, battutacce, strappi ai protocolli istituzionali, violazioni delle cerimonie internazionali compiuta sistematicamente dal presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi non può essere archiviata come semplice “esuberanza”.L'ultima in ordine di tempo è quella che viene rivelata da un video di cui la Rai non ha parlato, ma che sta girando vorticosamente su Internet, tra Youtube e Facebook. Ed è stato da poco ripreso anche da La7. Si tratta della conferenza stampa finale del G20 di Londra. C'è il ministro Tremonti che sta spiegando la dinamica del vertice e ironizza sul lavoro portato avanti dai responsabili economici. A quel punto interviene Berlusconi che gli siede accanto e dice: «I ministri in compenso stavano al cesso...». Ricapitoliamo e inquadriamo la situazione: conferenza stampa ufficiale a Londra del vertice tra i 20 paesi più industrializzati del mondo, chiamati a elaborare strategie per uscire da una crisi che sta avendo conseguenti pesantissime su tanti cittadini. Giornalisti, italiani e stranieri, radunati per avere informazioni sulle decisioni dello Stato italiano sulla crisi economica, ma Berlusconi ha voglia di scherzare e si lascia andare alla scurrile espressione.Ma non è finita. Osservando una giornalista Rai prendere nota dell'ennesimo scivolone il primo ministro italiano passa direttamente alle minacce e dice, anzi intima: «Che scrivi tu. Non scrivere. Cosa scrivi. Guarda che ci sono le riunioni a casa mia per la Rai. Eh, stai attenta! Ripeto, stai attenta», conclude Berlusconi additando la giornalista. Qualcuno ride, come purtroppo succede spesso alle “battute” del capo di governo, ma la sua minaccia va a buon fine. La Rai non ne ha più parlato.

Tutti colpevoli tranne i responsabili

Da 'L'Unità' - 20 aprile 2009

Lodo Alfano per i top manager, il governo eclissa il processo Thyssen

di Massimo Franchi

Sacconi vuole salvare i manager Thyssen da una probabile condanna per strage. Una norma inserita surrettiziamente al decreto correttivo con cui il ministro del Lavoro ha modificato il Testo Unico sulla sicurezza mette al riparo i vertici di tutte le aziende dalle responsabilità su tutti gli infortuni sul lavoro. La denuncia arriva dalla Fiom Cgil. Ad accorgersi dell'articolo 10-bis introdotto nel decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 9 aprile sono stati i legali del sindacato: Elena Poli, Sergio Bonetto. Gli stessi che sono parte civile al processo Thyssen in corso a Torino e che vede imputati i vertici dell'azienda tedesca.«L'articolo 10-bis va a ribaltare il senso delle responsabilità in caso di incidente sul lavoro – spiega Bonetto - . Per rimanere alla Thyssen finora la responsabilità della mancanza degli estintori è di chi aveva in potere di comprarli, che aveva il budget per farlo e quindi i manager al massimo livello italiano e tedesco. Se passerà questa norma si farà il contrario: la responsabilità sarà al livello più basso, quello più vicino all'evento. Se passerà questa norma, per il rogo di Torino al massimo a pagare sarà il responsabile dello stabilimento. I top manager italiani e tedeschi sarebbero non imputabili». La norma ha infatti applicazione immediata. «Si tratta di norme penali e quindi migliorando le condizioni degli imputati sono valide per i processi in corso e hanno anche valore retroattivo», completa la spiegazione Elena Poli. La denuncia della Fiom arriva proprio nel giorno in cui il testo andrà alla Conferenza Stato Regioni. «Il Testo unico sulla sicurezza era uno dei pochi provvedimenti del governo Prodi che avevamo approvato. Chiediamo che lì venga modificato e, in caso contrario, facciamo appello al presidente della Repubblica, sempre sensibile a queste tematiche, perché blocchi l'ennesima porcata», sbotta Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom.«E' una norma salva-manager, un Lodo Alfano ancora più grave perché si parla di lavoratori – gli fa eco Giorgio Cremaschi -. La cosa più grave è che ora capiamo quello che è successo nei mesi scorsi in molte fabbriche. Ai capi reparto era stata fatta firmare una cosiddetta “presa di responsabilità”: in sostanza il testo diceva: “Se succede qualcosa, è colpa mia”. Noi eravamo tranquilli perché i nostri legali ci avevano detto che con il Testo Unico in vigore non aveva alcun valore. Ora capiamo che le aziende e Confindustria sapevano quello che stava scrivendo il governo e quella lettera ora inchioda i capi reparto e salva i manager».L'articolo 10-bis modifica il cosidetto “Obbligo di impedimento”. «Nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all'igiene sul lavoro il non impedire l'evento equivale a cagionarlo alle seguenti condizioni: (...) Il comma D recita: “che l'evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli articoli 56,57, 58, 59 e 60 del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate”. La traduzione la fanno gli avvocati. “Gli articoli citati – spiega Elena Poli – si riferiscono ai cosiddetti “preposti”. Si tratta dei capi-reparto, dei responsabili di stabilimento, ma anche dei progettisti, dei fabbricanti, degli installatori e pure dei medici che danno valutazioni sull'igiene e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Insomma, tutti tranne i manager».A rischio quindi non c'è solo il processo Thyssen, in corso a Torino, ma anche tutti i procedimenti che riguardano morti e infortuni sul lavoro.

Rumeno che non sei altro!

Tutti nel calderone dei criminali. Ecco la conseguenza di una propaganda costante e martellante che ci dice "attenti: gli immigrati sono pericolosi". Ma gli immigrati siamo noi. E in effetti è vero: siamo pericolosi...

Da 'la Repubblica' - 12 aprile

Li avevano presi ieri mattina con l’accusa più infamante, quella di aver tentato di rubare nella casa di un anziano di Onna, il paese sventrato dal terremoto. Quattro romeni, tra cui la badante dell´anziano sfollato a San Felice d’Ocre, sono stati processati per direttissima e subito rimessi in libertà perché il fatto non sussiste: non c’è stato alcuno sciacallaggio, si erano solo ripresi le loro cose e non avevano neppure toccato i centomila euro che l’uomo conservava sotto una mattonella.
I quattro erano stati arrestati per la segnalazione di un volontario della protezione civile che aveva deciso di tenerli d’occhio quando la donna aveva chiesto le chiavi di casa dell’anziano per poter riprendere le sue cose con l’intenzione di lasciare l´Italia. Il volontario l´ha seguita, e quando ha visto che entrava in casa dell´anziano accompagnata dai tre connazionali ha chiamato i carabinieri, sospettando che stesse approfittando dell’assenza del padrone. Processati per direttissima nell´aula giudiziaria allestita nella scuola della Guardia di finanza, sono stati liberati con tante scuse e con la restituzione immediata dei gioielli che gli avevano sequestrato: erano i loro.

sabato 18 aprile 2009

Giacomo Di Girolamo


Segnatevi il suo nome da qualche parte. Pubblico il suo 'manifesto' del senso di civiltà per quanti - tanti o pochi che siano - che non l'avessero ancora letto.

“MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO…”

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

venerdì 17 aprile 2009

Il giornalismo il giornalismo il giornalismo...O la....?

Ecco come dire le cose in modo chiaro. Aprendo una riflessione più ampia sul senso della parola 'giornalismo' nell'Italia berlusconiana.

Da 'la Repubblica' - 16.04.09

Guai alla tv che rema contro

di Michele Serra

Rispetto ai tempi del goffo "editto bulgaro", le nubi censorie che si addensano su Michele Santoro e su Milena Gabanelli (e tramite loro sulla Rai nel suo insieme) esprimono un punto di scontro più nitido e, nel suo genere, più maturo. Non è solo e non è tanto la "faziosità politica" – colpa opinabile per definizione – a essere sotto tiro. È la sostanza stessa del medium più importante e penetrante, la televisione, che trasmissioni come Annozero e Report interpretano come un contro-potere strutturalmente autonomo (tale è l´informazione nella tradizione delle democrazie), e questo potere politico intende, invece, come cingolo di trasmissione dei propri scopi: non per caso è un potere al tempo stesso politico e mediatico. Anche tecnicamente.Nei giorni drammatici del terremoto, lo scontro tra queste due funzioni della televisione è stato evidente. Si trattava di mettere l´accento sulle deficienze strutturali e le responsabilità umane che hanno aggravato di molto il bilancio delle vittime e dei danni. Oppure di esaltare l´opera dei soccorsi e l´efficienza dello Stato. Il primo obiettivo è tipico del giornalismo-giornalismo, che qui da noi, non si capisce bene per quale strambo equivoco, si chiama "d´assalto". Il secondo obiettivo è invece tipico della propaganda politica. Genera un linguaggio che tende alla retorica del positivo quanto il primo rischia di cadere nella retorica del negativo. Scelga ognuno quale di questi due rischi sia più sgradevole e pericoloso per la pubblica opinione. Ma si sappia che è solo il primo rischio – quello di una televisione aspra e irriducibile – a essere sotto accusa, e a nessuno, né dentro la Rai né nella cerchia della politica, è venuto in mente di biasimare o sanzionare le centinaia di ore di televisione leziosa e piagnona che hanno imbozzolato la tragedia del terremoto in un reticolo implacabile di buoni sentimenti, misurando ben più volentieri il diametro della "bontà nazionale" che quello dei pilastri sottodimensionati.Che i media abbiano anche, in queste situazioni, una funzione di rete connettiva, non solo logistica, che aiuta a reggere l´urto della morte, e a sentirsi comunità, è fuori di dubbio. Ma questa funzione è stata svolta perfino con sovrabbondanza, e fino a rendere stucchevoli anche le immagini del dolore e della rovina. Santoro e la sua redazione hanno scelto – in minoranza – di fare il resto del lavoro, come compete alla storia professionale di un giornalista molto discusso (e discutibile) ma molto tenace. E premiato dall´audience, concetto evidentemente sacro quando si tratti di contare i soldi della pubblicità, ma subito sottaciuto quando si tratti di misurare la temperatura di una parte consistente dell´opinione pubblica. Peccato che questo "resto del lavoro", sicuramente complementare a un quadro generale molto più blandamente critico, risulti insopportabile al potere politico, così come la puntuta inchiesta di Milena Gabanelli sulla social-card non poteva che fare imbufalire il ministro Tremonti."Remare contro" fu una delle prime accuse che il Berlusconi leader nascente mosse ai suoi oppositori. Non lo sfiorò (e non lo sfiora) il sospetto che c´è chi rema né contro né a favore, ma per suo conto. Anche sbagliando, ma sottoponendo al giudizio del pubblico, non al giudizio del potere, i propri errori. Il giornalismo è questo, e dovrebbe saperlo anche il direttore del Giornale Mario Giordano, che un minuto dopo avere potuto dire esattamente quanto voleva dire ad "Annozero" ha orchestrato una violenta campagna di stampa contro lo "sciacallo Santoro". Qualcuno aveva forse detto a Giordano, o a uno qualunque dei giornalisti e telegiornalisti governativi, che usare il terremoto per magnificare la prestanza e la generosità del premier era "sciacallaggio"? Ci si era limitati a pensare, magari, che fosse cattivo gusto, e la libertà di cattivo gusto, se non è sancita dalla Costituzione, è suggerita dal buon senso. Quanto alla vignetta di Vauro trattata da casus belli e ridicolmente accusata di mancanza di "pietà per le vittime", varrebbe il concetto di cui sopra: qualora la si ritenga di cattivo gusto, da quando il cattivo gusto è oggetto di censura? E quelli che, al contrario, affidano la "pietà per le vittime" a ben altri canali, magari privati, e apprezzano la ruvida intelligenza e la lunga coerenza professionale di Vauro, dovrebbero forse ingoiare il boccone della censura nel nome di una "informazione corretta"? Ma corretta da chi? Dal direttore del "Giornale"?

giovedì 16 aprile 2009

Siamo dei gran Vauri tutti quanti

Constato con piacere che Santoro legge il mio blog. Alla puntata di questa sera ha invitato Maugeri del 'Sole 24 Ore' (vedi post precedente). Il quale non si smentisce e, per ora, sta dicendo cose molto intelligenti. Evviva.

Editto su editto




Propongo un gemellaggio con la Siria in virtù dei nostri identici parametri di libertà di stampa e di espressione. Con una differenza: in Italia buonismo, pietismo, rispetto di un ridicolo contegno ipocrita difronte alle peggiori colpe sembrano oramai le uniche leggi rispettate. La critica è invece tacciata di sciacallaggio. Ancora più folle: la satira. La cui stessa natura esige un riso catartico sulle peggiori disgrazie come nei confronti del Re. Oltre tutto sulla base di una completa incapacità di lettura e comprensione di ciò che una vignetta come quella incriminata vuole dire. Non mancanza di rispetto per le vittime, ma richiesta dolorosa di evitare che ci siano altri morti per dolo di chi costruisce a cazzo di cane, per incoscienza, deficienza o per di risparmiare.

PS: Le tanto mostruose e irrispettose accuse/dubbi sollevate da Santoro nella sua puntata e delle quali Vauro è capro espiatorio, sono esposte nero su bianco (anzi: nero su rosa) sul 'Sole 24 Ore' di martedì 14 aprile. In un bell'articolo a pagina 4 firmato Mariano Maugeri dal titolo 'Abruzzo a prevenzione zero' (tra l'altro complimenti per il titolo!), si spiega chiaro e tondo le condizioni davanti alle quali Bertolaso e gli uomini della PC si sono trovati al loro arrivo sui luoghi del terremoto. Disorganizzazione totale, mancanza di un piano d'intervento, nessuna pianificazione della gestione della crisi in un luogo nel quale la crisi è da preventivare. Tutta la buona volontà degli uomini della Protezione Civile, che nessuno mette in dubbio, è vanificata ancora una volta dalla faciloneria nazionale. Non per nulla in dicembre Bertolaso si era dimesso perchè non c'era una lira... Attendiamo una querela al 'Sole 24 Ore', all'autore del servizio, a me che ne riporto i contenuti su questo blog. Magari anche a tutti quelli che lo leggono, perchè no! 

Da 'il Manifesto' 16.04.09

Vauro epurato. Giovedì sit-in alla Rai

di Matteo Bartocci

Il nuovo direttore generale Mauro Masi (già segretario generale della presidenza del consiglio) ha intimato a Michele Santoro e alla sua redazione un «immediato e doveroso riequilibrio relativo ai servizi andati in onda dall'Abruzzo giovedì scorso». Mentre Vauro, soltanto per le sue vignette, è stato «sospeso» da tutti i programmi del servizio pubblico. In parole povere, è stato di fatto licenziato in tronco. La vignetta incriminata («Aumento di cubatura. Dei cimiteri») è stata giudicata «gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la misione del servizio pubblico». La censura però potrebbe non finire qui. Perché la questione sarà comunque all'attenzione del prossimo cda della Rai previsto il 22 aprile.
 
La redazione di Annozero ha ovviamente respinto gli addebiti dell'azienda ricordando tra l'altro che ad oggi non è arrivata nessuna richiesta di rettifica ai servizi giornalistici mandati in onda. Né dalla protezione civile né da altre istituzioni o organismi coinvolti nell'assistenza successiva al terremoto. Almeno finora, la puntata di giovedì sera della trasmissione andrà regolarmente in onda.

Giovedì mattina, 16 aprile, «Sinistra e libertà» ha indetto alle 10.30 sit-in di protesta e di solidarietà a Vauro davanti la sede centrale della Rai a Roma, viale Mazzini 14. Il manifesto sarà ovviamente in prima fila. Insieme a noi, speriamo, ci saranno anche i nostri lettori su carta e su web.
  Ecco il testo della lettera inviata dal direttore generale della Rai Mauro Masi a Vauro Senesi con cui viene sospeso il giornalista a causa di una vignetta sul terremoto mostrata durante la puntata di giovedì 9 aprile ad Annozero.
 
«Le contestiamo - scrive Masi -, per le ragioni sottoesposte, il grave inadempimento alle obbligazioni di cui al contratto prot. RT/RALA/LAN/2633/08/02671 del 31.7.2008 e, in particolare, ag1i obblighi previsti ai punti 8) e 9) del medesimo. Nel corso della puntata del programma Annozero del 9 aprile 2009, disattendendo gli obblighi sopra indicati, Lei ha realizzato e mostrato al pubblico, in diretta televisiva, una vignetta del seguente tenore 'Aumento delle cubature. Dei cimiterì. Tale condotta, gravemente lesiva del sentimento di pietà dei defunti - si legge nella lettera - travalica all'evidenza i limiti del corretto esercizio del diritto di satira e si pone in contrasto con i parametri di qualità dell'offerta che costituiscono elemento essenziale della missione del servizio pubblico radiotelevisivo, in forza della previsione di cui all'art. 3 del vigente contratto di servizio e delle disposizioni del Codice Etico del Gruppo Rai, al cui rispetto Lei è obbligata. Pertanto - conclude la lettera -, nel ritenerLa personalmente responsabile per ogni conseguenza e/o pregiudizio e/o rilievo, anche da parte delle Autorità competenti, che dovessero derivare all'Azienda in ragione dell'illegittima condotta da Lei posta in essere, in ordine alla quale ci riserviamo ogni e più ampia tutela, con la presente Le comunichiamo che l'Azienda, in via cautelativa, non intende avvalersi delle Sue prestazioni su tutte le Reti e Testate».

mercoledì 15 aprile 2009

La trasparenza



Ma ovviamente è solo "una questione tecnica"...

Da 'Il Sole 24 Ore' - 14.04.09, p. 15 (non integrale)

Limite al segreto di Stato, nuovo stop del governo

di Marco Ludovico

Vacilla il limite di trent’anni posto al segreto di Stato. Salutata come una novità epocale all’indomani dell’ok alla riforma dell’intelligence (legge n. 124 del 3 agosto 2007), la norma non ha trovato ancora attuazione. Nonostante l’approvazione all’unanimità in Parlamento, nel governo Berlusconi ci sono molti dubbi. Tanto da aver nominato una commissione di alti giuristi presieduta da Renato Granata, ex presidente della Consulta, per risolverete complicate questioni interpretative e «definire, entro e non oltre sei mesi dall’entrata in vigore, le procedure di accesso alla documentazione per la quale viene a decadere il Segreto di Stato» come dice il decreto istituivo del 3 ottobre scorso. Fatto sta che i lavori non si concluderanno in aprile - la commissione è stata già convocata per maggio - e secondo fonti qualificate ci vorranno ancora «diversi mesi» per chiudere la partita. I nodi sono tecnici, ma anche politici.
Va conciliato, per esempio, un dualismo oggi ingovernabile, visto che il segreto di Stato può risultare presente su un documento insieme alla classificazione prevista dal servizio d’intelligence (segretissimo, segreto, riservatissimo, riservato, da non divulgare). La rimozione del segreto di Stato non cancella in automatico la classifica stabilita dall’intelligence: l’atto, dunque, può rimanere comunque inaccessibile. Va poi definito il termine dal quale vanno calcolati i trent’anni di scadenza. Non è affatto scontato, quindi, che i documenti sul caso Moro (1978) - ammesso che ne ce siano con il timbro di segreto di Stato - siano diventati accessibili, come fu detto con clamore all’indomani della riforma.
(…)
Problema di non poco conto, poi, è quello dei rapporti con le altre nazioni. Un atto classificato d’intesa con uno stato alleato, anche perché l’operazione d’intelligence è stata fatta insieme, se fosse divulgato unilateralmente potrebbe sollevare incidenti diplomatici molto seri. Anche se si parla di questioni di trent’anni fà (…)


E costruivano le case bis





Difronte al terremoto siamo più disarmati del cemento abruzzese. Lasciate pure che ultimamente gli piaccia un po' troppo apparire, ma Tito Boeri ha alcuni consigli non buoni ma ottimi da dare in questa delicata fase in cui chiunque critichi è tacciato di eresia, blasfemia, sciacallaggio. E ovviamente: comunismo.

Cogliere l'occasione

di Tito Boeri

È la prima volta che un terremoto ci colpisce nel mezzo di una recessione. Per giunta questa è la crisi più pesante del Dopoguerra. Eppure la sfortuna nella sfortuna, può rivelarsi un´opportunità per uscire prima dalla crisi e gettare le condizioni perché nuove catastrofi distruggano meno vite umane. A condizione che il Governo riveda le sue priorità di politica economica e introduca subito un´assicurazione obbligatoria, privata, contro le calamità naturali. Servirà anche come assicurazione contro la miopia della classe politica. La ricostruzione dopo un terremoto comporta un forte incremento degli investimenti pubblici e privati, attivando meccanismi a catena in cui maggiore domanda genera consumi e investimenti aggiuntivi. Soprattutto durante le recessioni questi effetti moltiplicativi sono consistenti, perché gli investimenti pubblici non "spiazzano" gli investimenti privati. Certo, il moltiplicatore della spesa pubblica non può essere pari a 15, come ipotizzato dal Governo al varo degli incentivi per l´auto il febbraio scorso. Ma anche con un moltiplicatore pari a 5, una spesa pubblica per la ricostruzione di 10 miliardi di euro (le risorse impegnate nella ricostruzione del Friuli dopo il terremoto) genera 50 miliardi di euro aggiuntivi, aumentando il prodotto interno lordo di più di tre punti percentuali. Ma oggi noi tutti abbiamo a cuore qualcosa di molto più importante della crescita dei nostri redditi: si tratta della tutela delle vite umane. In Abruzzo, come ormai riconosciuto dagli stessi impresari edili locali di fronte al "corpo di reato", agli edifici letteralmente polverizzati dal sisma, si costruiva "a risparmio", utilizzando materiali scadenti e armature del tutto inadeguate per un´area a così alto rischio sismico. Speriamo che, almeno questa volta, la giustizia faccia il suo corso. Ma nessuna pena o sanzione prevista per questi reati potrà mai essere un deterrente sufficiente contro nuove violazioni dei regolamenti edilizi. Il fatto è che gli stessi proprietari spesso accettano di buon grado queste violazioni pur di spendere di meno. Speriamo anche che le Regioni, d´ora in poi, impongano controlli più stringenti e non più limitati alla vidimazione formale dei progetti prima della costruzione, con prelievi di campioni dei materiali utilizzati a cantieri aperti e ad opera realizzata. Ma conoscendo l´incompetenza di chi spesso è chiamato a fare i controlli, la presenza di non pochi funzionari corrotti nelle nostre amministrazioni pubbliche e la competizione tutta sul prezzo di molte gare d´appalto, è fondamentale basarsi anche su incentivi di mercato. Questo significa che non deve più essere economicamente conveniente la costruzione "a risparmio" di materiali e tecniche antisismiche e che ci debbano essere agenti terzi che hanno tutto l´interesse a verificare il rispetto delle norme. Un´assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali è uno strumento di questo tipo. Fa aumentare, anziché ridurre, il costo di una casa se i materiali non sono adeguati, perché bisogna pagare un premio più alto all´assicuratore. Inoltre quest´ultimo ha tutti gli incentivi a verificare il rispetto delle norme antisismiche per ridurre il rischio di forti danni al patrimonio assicurato in occasione di catastrofi naturali. Bene hanno fatto perciò il Ministro Brunetta e Gianantonio Stella sulle colonne del Corriere a rilanciare in questi giorni la proposta, formulata dalla Commissione Tecnica per la Spesa Pubblica nel 1995, di introdurre anche in Italia un´assicurazione privata obbligatoria contro le catastrofi naturali. Meglio ancora capire perché questa proposta, da anni in discussione, sia rimasta sin qui lettera morta.Il vero motivo è che un´assicurazione di questo tipo, oltre ad essere sgradita ad assicuratori e costruttori, sarebbe stata percepita come una tassa sulla casa, il prelievo più odiato dagli italiani. Governi a caccia di consenso immediato preferiscono perciò smantellare del tutto l´Ici piuttosto che investire capitale politico nella sicurezza dei cittadini. La miopia della nostra classe politica, non meno colpevole degli impresari edili dell´Abruzzo, la si misura nel degrado delle proprietà immobiliari dello Stato. Parlano, forse ancora prima che il crollo di tutti, dicasi tutti, gli edifici pubblici de l´Aquila, i primi dati dell´anagrafe degli edifici scolastici resi pubblici in questi giorni. Solo un terzo delle scuole italiane è stato costruito negli ultimi trent´anni; fino ad un edificio su quattro (di molte scuole non si sa neanche la data di costruzione) potrebbe essere stato costruito prima del 1920; eppure, negli ultimi vent´anni solo il 22% delle scuole è stato ristrutturato! La risposta del Governo sin qui non è stata diversa da quella successiva al terremoto in Irpinia: sgravi fiscali e moratorie di tutti i tipi per le aree terremotate (rigorosamente senza limiti né di tempo, né riguardo alla popolazione interessata), proposte (in passato sempre puntualmente realizzate) di addizionali, cioè nuove tasse una tantum, pro-terremotati. Speriamo che il prossimo Consiglio dei Ministri, che avrà luogo nelle zone del terremoto, faccia scelte lungimiranti, sfruttando il clima di unità nazionale che si respira in queste occasioni per vincere la resistenza delle potentissime lobby dei costruttori e degli assicuratori e le esitazioni degli stessi cittadini proprietari di case. Essere lungimiranti vuol dire realizzare il piano del 1995, introducendo come in molti altri paesi un´assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali, facilitando la costruzione di pool di assicurazioni che operino sulla stessa area (per evitare la concentrazione del rischio su di un solo assicuratore). Significa reintrodurre l´ICI sulla prima casa, almeno al di sopra di una soglia di valore dell´abitazione: servirà a finanziare prima la ricostruzione, poi gli interventi degli enti locali nella manutenzione degli edifici pubblici e delle infrastrutture, che contribuiranno a ridurre i costi delle polizze anticatastrofe, quindi saranno più visibili ai cittadini. Vuol dire, infine, abbandonare il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina per costruire, al suo posto, un ponte verso il futuro dei nostri figli che devono poter andare a scuola senza rischiare la propria vita: ci vuole un piano straordinario per l´edilizia scolastica. Alcune di queste spese potranno anche essere sostenute in disavanzo, perché ci fanno spendere di più oggi per risparmiare in futuro, il principio opposto a quello seguito dal Ministro Tremonti nel varo di operazioni di finanza creativa sugli immobili pubblici, come Scip 1 e Scip 2, in cui si anticipavano ricavi spostando le spese (e che spese!) al futuro. Non è possibile che da noi terremoti meno intensi di quelli che avvengono in altri paesi e in aree ancora più densamente popolate (si pensi al terremoto di San Francisco del 1989) provochino 5 volte più vittime, feriti e sfollati. Ogni volta che succede ce lo diciamo. Poi cala l´attenzione mediatica (30 giorni dopo il terremoto in Irpinia non c´erano più inviati dei grandi quotidiani nazionali nelle zone colpite dal sisma) e con essa l´attenzione dell´opinione pubblica. E così tutto torna come prima. Per questo è adesso, subito, il momento di fare scelte lungimiranti pensando a costruire antidoti contro la miopia dei privati e quella, ancor più grave, dei politici.

E costruivano le case


Sarò anche scontato e poco originale, ma Saviano mi pare sempre azzeccato, in tempo, preciso, preventivo. Dateci più Saviani e avremo una Italia migliore. Forse.

Da 'Repubblica'

Roberto Saviano nelle zone del sisma: l'invasione della camorra degli ultimi anni rende alto il pericolo di speculazioni. E l'orgoglioso popolo d'Abruzzo Chiede: "Controllateci"

La ricostruzione a rischio clan. Ecco il partito del terremoto
di ROBERTO SAVIANO

L'AQUILA - "Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.

Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.

L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.

I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo.

I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare...

La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

© 2009 by Roberto Saviano - Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

venerdì 10 aprile 2009

Chi è il colpevole

Una distrazione, una gaffe, una cappella. Chiamatela come volete. Il Capo dell'antiterrorismo britannico, il giorno dopo essersi fatto fotografare con sotto braccio un documento top secret in bella vista, si è dimesso. Non solo: ha fatto le sue scuse per i rischi che ha fatto correre ai colleghi. E non ha lasciato solo l'incarico da alto funzionario: ha lasciato Scotland Yard, dove era entrato nel 1978. Ora: qualcuno di noi riesce ad immaginare cosa sarebbe successo in Italia se la stampa avesse diffuso una foto del genere? I giornalisti sarebbero stati accusati di mettere a repentaglio la sicurezza dello Stato e dei cittadini, sarebbero stati accusati di essere dei pericolosi sovversivi incoscienti alla ricerca di uno scoop a tutti i costi, ecc, ecc, ecc. Oltre ovviamente di essere degli sporchi comunisti. Il sistema Italia non ha ancora assimilato un paio di concetti fondamentali per potersi definire una democrazia.

Da 'la Repubblica' - 09.04.09

Bob Quick lascia il suo incarico e anche Scotland Yard. La sua colpa: ieri, andando a un incontro a Downing Street, non ha nascosto una cartelletta piena di dati su un imminente blitz

Londra, fuga (involontaria) di notizie. Si dimette il capo dell'antiterrorismo

LONDRA - Il capo dell'antiterrorismo di Scotland Yard, Bob Quick, ha annunciato stamani le sue dimissioni dopo una fuga di notizie riguardanti una delicata operazione della polizia, che ha portato ieri sera a 12 arresti nel Nord-ovest dell'Inghilterra. Il sindaco di Londra Boris Johnson ha "accettato con grande dispiacere" la decisione dell'Assistant Commissioner.

Quick era stato fotografato ieri al suo arrivo a Downing Street per un incontro con il primo ministro Gordon Brown, con alcuni documenti sui quali erano leggibili i particolari dell'operazione contro un gruppo di presunti terroristi che farebbero capo ad Al Qaeda. I media hanno diffuso in serata la foto, oscurando il contenuto dei documenti, che menzionavano luoghi e particolari della natura della minaccia presentata dai sospetti. In particolare, il memo che portava ben visibile in mano era marcato dalla parola secret e conteneva diversi nomi di funzionari, luoghi e dettagli della minaccia terroristica.

Una fuga di notizie che ha obbligato le forze dell'ordine a effettuare il blitz in tutta fretta. In una nota il ministro dell'Interno britannico Jacqui Smith ha ricordato che "anche se l'operazione è stata condotta con successo, il capo dell'antiterrorismo ha ritenuto che la sua posizione fosse divenuta indifendibile. Esprimo apprezzamento per la mole di lavoro svolta durante il suo incarico".

Quanto al diretto interessato, Quick ha commentato così: "Ho offerto oggi le mie dimissioni nella consapevolezza che la mia azione potrebbe aver compromesso un'importante operazione di antiterrorismo. Mi dispiace profondamente per il danno causato ai colleghi impegnati nell'operazione". Un portavoce della polizia metropolitana di Londra ha poi precisato che Quick si è dimesso non solo dal suo incarico ma anche da Scotland Yard, dove prestava servizio dal 1978. Il suo successore, John Yates, per quanto non abbia alle spalle un'esperienza diretta di antiterrosimo, è considerato uno dei funzionari operativi più competenti.

giovedì 9 aprile 2009

17 franchi tiratori contro le ronde

Cosa è successo alla Camera. Il Carroccio con un palmo di naso. Esulta l'opposizione. Le ronde non passano. La permanenza prolungata nei Cie nemmeno.


Da 'la Repubblica' di oggi

ROMA - Un applauso lungo e liberatorio, poco dopo le 12. Del Pd, dell´Udc, di metà Idv. La Lega furiosa abbandona l´aula. Un paio di deputati del Carroccio vorrebbero pure venire alle mani e risalgono verso i banchi del Pdl. Franceschini esulta. Casini pure. Tutti e due cantano «vittoria». Maroni, due ore dopo, dirà al Viminale: «Sono furibondo, ed è un eufemismo». Tutta colpa di 17 franchi tiratori. Che, d´un colpo, cancellano la norma che prolungava la permanenza dei clandestini nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione, da due mesi a 180 giorni. Finisce 232 a 225. In dodici si astengono. L´Idv si spacca a metà.Previsione sfortunata quella sui Cie, visto che era già caduta al Senato, il 4 febbraio, sempre per via d´un voto segreto. Il ministro dell´Interno, seduto accanto al capo della polizia Antonio Manganelli e al sottosegretario Alfredo Mantovano, tiene la conferenza stampa più dura da quando siede al Viminale. Accusa l´opposizione, autrice di «un vero e proprio indulto per gli immigrati dopo quello del 2006 per gli italiani» e lancia un ultimatum a Berlusconi: «Prima del consiglio dei ministri gli chiederò il suo impegno personale perché la stessa norma sia ripresentata al Senato». E ancora: «Voglio sapere se la politica di rigore contro l´immigrazione clandestina è ancora quella di tutto il governo, perché oggi dalla maggioranza è arrivato un segnale opposto, tant´è che l´opposizione parla di "una bella giornata"». Poi le cifre: «Dal 26 aprile, se il decreto non sarà convertito, usciranno dai Cie 1.038 clandestini. E altri 277 saranno fuori dopo due settimane». Manganeli gli dà manforte: «Non è un dato sociologico ma processuale. Questo è il segnale che i trafficanti si aspettavano».Maroni s´infuria, la Lega alla Camera va sull´Aventino. Non vota il decreto in cui sono rimaste soltanto le nuove regole per stupri e stalking. Il testo passa solo grazie all´opposizione che ormai lo ha adottato: 397 sì, con 205 voti distribuiti tra Pd, Udc, Idv, e solo 192 del Pdl. La maggioranza è allo sbando e va sotto anche su una mozione del Pd sulle fondazioni bancarie. La Lega si scatena. Si riuniscono Bossi, Maroni, Calderoli, Cota. Lavorano all´incontro che avranno oggi con Berlusconi. Una doppia sconfitta, nella stessa giornata, non è sopportabile per il Carroccio. Alle 9, un tetro Maroni, era stato costretto ad annunciare il passo indietro sulle ronde che pure, appena 24 ore prima, aveva difeso come indispensabili. Ora viene stralciato dal dl. L´opposizione ha stravinto. Lo dice il capogruppo del Pd Antonello Soro: «Abbiamo fatto due a zero». Si sospetta una manovra degli stessi leghisti per guadagnare voti. Ma in aula si scambiano bigliettini polemici il presidente dei senatori leghisti Roberto Cota e il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Scrive il primo: «Nel nostro gruppo non ci sono scemi». E l´altro: «Da noi invece ce n´è qualcuno». Per La Russa quei 17 avrebbero votato contro su qualsiasi cosa e si definisce «più indignato» di Maroni. Lui, che vorrebbe la permanenza nei Cie fino a 18 mesi, chiederà a Berlusconi di rimettere la norma del decreto. Ma la strada è in salita.

mercoledì 8 aprile 2009

Bye bye ronde

La Lega Nord è triste e protesta. Altri no.

Da 'la Repubblica' - 08.04.09

Stralciate le ronde, passano emendamenti Udc e Pd sui Cie. Diciassette deputati del Pdl votano con l'opposizione. Sicurezza, scontro nella maggioranza. L'ira della Lega: "Berlusconi intervenga". La Russa: "Nessuno scagli la prima pietra o faccia il primo della classe". Veltroni: "E' la vittoria della ragione, l'atteggiamento dell'Idv sconcerta".

ROMA - Alla fine il decreto passa. Ma la retromarcia del governo sulle ronde e la secca bocciatura sull'esecuzione dell'espulsione degli immigrati fanno esplodere l'ira della Lega. Che infatti non parteciperà al voto finale. Insomma, il Carroccio, che della sicurezza fa uno dei suoi temi forti, deve incassare, nella stessa giornata, il doppio stop alla Camera di due norme che considerava vitali: le ronde e la permanenza dei clandestini nei Cpt. Le prime vengono stralciate dal decreto, la seconda viene cancellata grazie al voto di alcuni parlamentari della maggioranza che si schierano con l'opposizione. Troppo per Bossi e soci che danno libero sfogo alla rabbia e chiamano in causa il premier: "Berlusconi garantisca per le scelte di governo". Una minaccia, neanche tanto velata, alla tenuta dell'esecutivo. Fortemente volute dal Carroccio e altrettanto fortemente contestate dall'opposizione e criticate dal Csm e dai sindacati di polizia, le ronde sono state stralciate dal decreto. Il governo, infatti, davanti all'ostruzionismo dell'opposizione, ha accettato di farle confluire nel disegno di legge sempre in materia di sicurezza all'esame della Camera. Soddisfatta l'opposizione. Che, poco dopo, incassa un nuovo successo. L'aula infatti approva, a scrutinio segreto, gli emendamenti del Pd e dell'Udc al decreto che sopprimono l'articolo del testo sull'esecuzione dell'espulsione degli immigrati. Gli emendamenti, che mirano alla soppressione dell'articolo 5 del decreto legge, che aumentava a 180 giorni il tempi di permanenza nei Cpt degli immigrati, passano con 232 voti a favore, 225 contrari e 12 astensioni (compresi alcuni dipietristi, cosa che ha scatenato l'irritazione del Pd). Diciassette parlamentari del Pdl votano con l'opposizione e il Carroccio insorge: "E' un tradimento".
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La Lega è furiosa e il ministro dell'Intero Roberto Maroni alza i toni: "Sono furibondo. Dal 26 aprile dovremo rimettere in libertà 1.038 clandestini". Poi la secca chiamata in causa del premier: "Intervenga, serve il suo impegno per le scelte del governo. Per due volte le nostre iniziative sono state smentite dal voto dei franchi tiratori. Chiederò a Berlusconi di farlo lui, perchè evidentemente io non riesco a farlo e lo ammetto. O ci riesce il presidente del consiglio o dovrò prendere atto che sull'immigrazione clandestina la maggioranza, o una parte di essa, non la pensa così severamente come la pensiamo noi". Ma le parole di Maroni non piacciono al Pdl. "Nessuno scagli la prima pietra, nessuno faccia il primo della classe, bisogna rimediare prima che sia troppo tardi, questo provvedimento è necessario" dice Ignazio La Russa - Semmai bisogna cercare di capire chi siano stati i 12 franchi tiratori e parlargli in separata sede. Piuttosto che lamentarsi bisogna adesso cercare di rimediare". Soddisfatta, ovviamente, l'opposizione. "Questo voto conferma che c'è una parte della maggioranza per cui conta l'adesione alle regole della civiltà del nostro Paese e che non si lascia dettare l'agenda dalla Lega" commenta Antonello Soro, capogruppo del Pd. Per l'ex segretario Walter Veltroni è "una vittoria della ragione", mentre l'atteggiamento dell'Idv è "sconcertante". Tornando alle ronde, da punto di vista tecnico, sarà un emendamento della commissione a cancellare dal decreto sicurezza la norma. Le norme poi verranno molto probabilmente inserite in un disegno di legge di cui il governo chiederà l'esame quanto prima già nella riunione dei capigruppo prevista per questo pomeriggio. "Tolta la demagogia delle ronde, ora ci si può concentrare sulla sicurezza dei cittadini, cioè avere più forze dell'ordine sulle strade e trovare le risorse necessarie. Su questo noi del Pd siamo pronti a collaborare" dice Dario Franceschini. "Siamo molto soddisfatti - sostiene Michele Vietti dell'Udc - che il governo abbia cambiato parere su una nostra proposta molto ragionevole. Grazie al nostro ostruzionismo salta un macigno e ora siamo impegnati nell'accelerare l'esame del testo". Governo di nuovo battuto. Governo battuto per la seconda volta oggi in aula alla Camera: l'assemblea, con 165 voti a favore, 157 contrari e un astenuto, ha infatti approvato una mozione del Pd sulle banche e le fondazioni su cui l'esecutivo aveva espresso parere contrario. Il testo del Pd, che impegna il governo a dare piena attuazione alle norme anticrisi relative alle banche e al credito, è stato approvato nonostante il parere negativo. I deputati della Lega non erano in Aula al momento del voto.
(8 aprile 2009)

Da Milano Due a L'Aquila Due


Questo promette il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Quella dei "2" sarà forse una mania ma ci pare davvero un'ottima notizia. Purchè poi, passata l'emergenza, si ricostruisca L'Aquila, quella vera. Che non esiste più dalle 3:32 di lunedì mattina e che io non ho mai visto...Un paio di retroscena da Dagospia qui di seguito.


ANCHE FRANCESCO PAZIENZA TRA I SOCCORRITORI...(Adnkronos) - Ci sara' anche Francesco Pazienza tra gli 'angeli' dell'Aquila, i soccorritori che da tutta Italia stanno giungendo nel capoluogo abruzzese per offrire il loro aiuto nella terra devastata dal terremoto. Ex consulente del Sismi, condannato per calunnia nell'ambito del processo sulla strage alla stazione di Bologna, Pazienza dal 2007 si trova in liberta' vigilata a Lerici, nelle Cinque Terre, dove presta la sua opera come volontario del 118. 'D'altra parte sono sempre laureato in medicina con 110 e lode...', ironizza Pazienza, che all'ADNKRONOS aggiunge: 'Io saro' il Capocolonna. Partiremo in 40 e con otto mezzi giovedi', e resteremo in Abruzzo fino a domenica sera o lunedi' mattina. Di piu' non si puo', ci stanno scaglionando, perche' dicono che una permanenza piu' lunga provochi troppo stress'.

FRANCO GABRIELLI L'EX 007 ALLA GUIDA DELLA PREFETTURA DELL'AQUILA...Paolo Silvestrelli per "Italia Oggi" - Il consiglio straordinario dei ministri convocato per l'emergenza terremoto negli Abruzzi ha nominato Franco Gabrielli prefetto dell'Aquila. Gabrielli che ha cominciato la sua carriera alla Digos di Imperia per poi passare alla direzione di Roma, alla fine del 2000 riuscì a smantellare le nuove brigate rosse. Con un minuzioso lavoro di investigazione tecnologica riuscì a fermare l'intera organizzazione delle Br e a catturare gli assassini di Massimo D'Antona e di Marco Biagi. Nominato dirigente superiore, lasciò la questura di Roma per poi essere nominato capo del Servizio centrale antiterrorismo, interno ed internazionale. Nel 2006 il governo Prodi lo ha nominato prefetto mettendolo alla guida del Sisde incarico teminato nel maggio 2008. Ora la nuova sfida.

domenica 5 aprile 2009

Branca branca branca...


Da 'la Repubblica' - 05.04.09

Forza nuova in piazza, tensione a Milano

Oggi convegno e presidio, si temono scontri. La Moratti: manifestazione di idee   Appelli e raccolte di firme. Circa 1000 poliziotti per evitare contatti con i centri sociali

di Oriana Liso

MILANO - Europarlamentari, partigiani, rappresentanti della comunità ebraica, politici, società civile: da giorni gli appelli, le raccolte di firme, le richieste al prefetto si moltiplicano. I timori e le contrarietà sono tutte concentrate sull´appuntamento di oggi in un hotel in pieno centro dove si terrà un convegno che Forza nuova, la formazione politica di ultradestra di Roberto Fiore, presenta come la prima grande occasione per parlare di «popoli e tradizione contro banche e poteri forti» con gli esponenti di alcune formazioni gemelle del resto d´Europa. Un convegno fortemente contestato, che è solo la punta di una giornata di presidi, contromanifestazioni e incontri (come quello con il leader storico delle Br Renato Curcio al centro sociale Cox 18) che vedrà per strada tra i 700 e i 1200 uomini delle forze dell´ordine. Schierati in più punti per evitare gli scontri temuti e ipotizzati, disposti come scorta degli autobus dei militanti di destra che dal concentramento di piazzale Loreto arriveranno in piazza Missori (la fermata della metropolitana nella piazza sarà chiusa per tutto il pomeriggio), ma anche per controllare presidi non autorizzati dal vago sapore di provocazione.
Il convegno di Forza Nuova - che doveva tenersi al centro congressi delle Stelline, ma viste le polemiche i gestori della struttura hanno deciso di ritirare la disponibilità - ha raccolto in questi giorni l´opposizione, tra gli altri, di 55 europarlamentari e delle comunità ebraiche. Ma da parte delle istituzioni cittadine è arrivata una secca decisione di non intervento. «Sono manifestazioni di idee, se non ci sono problemi di ordine pubblico io non mi sento di intervenire», aveva detto il sindaco Moratti. Ma se la libertà di espressione ha "salvaguardato" il convegno in un luogo privato, resta il problema di due presidi annunciati da Fiore: uno alle 11 davanti alla chiesa di Sant´Ambrogio, l´altro alle 18,30 in Cordusio (dove, però, potrebbero radunarsi già prima i militanti di Fn che non troveranno posto nella sala del convegno): per entrambi non è stata chiesta un´autorizzazione che, comunque, verrebbe quasi sicuramente negata. 
È una difficile scacchiera, infatti, quella che dovranno coprire le forze dell´ordine per evitare incidenti. Alle 11 l´Anpi sarà alla Loggia dei Mercanti a commemorare le vittime del nazifascismo; alle 15 avrà inizio il convegno all´Hotel dei Cavalieri e, contemporaneamente, l´happening culturale con centri sociali, partiti della sinistra, attori e varie personalità in piazza della Scala; alle 15,30 in via Conchetta Curcio parteciperà al convegno sul sociologo Lapassade; infine, dalle 18,30 in poi, il presidio, se verrà loro concesso, di Fn in Cordusio.