domenica 30 agosto 2009

In attesa di un quotidiano vero


Continuiamo a leggere un sano esempio di giornalismo italiano. Luca Telese, un 'giovane' come si dice nella cultura gerontocratica italiana. Uno dei maestri che vale la pena seguire oggi. Riguardo al suo pezzo che qui riporto e alle ultime vicende che coinvolgono 'Avvenire', il 'Giornale', ecc, la cosa simpatica da chiedersi è la seguente: come mai milioni di italiani che votano e amano Berlusconi si compiacciono di un ragionamento, quello seguente, tanto idiota e sballato? "Volete sputtanare il Presidente del Consiglio dimostrando che è un puttaniere?" dicono. "Allora beccatevi questa: uno dei tizi che lo critica e gli fa la morale è un ricchione!!! Capito?! Un frocio!". Che esempio di sopraffina strategia politica. Direi di più: che filosofia raffinata. Ebbene, volete sapere? Fregarsene della vita privata di Dino Boffo e invece interessarsi e ben a fondo della vita privata di Silvio Berlusconi non è un esempio di due pesi due misure. Per quanti non lo avessero notato: uno è il direttore di un quotidiano che, tra parentesi, viene letto da 246 mila persone in Italia. Tradotto: 4 gatti. L'altro è il Primo ministro, oltre che altre innumerevoli cose. Una differenza che sfugge per lo meno ai lettori del 'Giornale' - edito dalla famiglia Berlusconi - fieri della linea battagliero-monnezzara del nuovo-rottamabile Vittorio Feltri.

Il Paese dei manganelli

Luca Telese - da 'L'Antefatto'

28 agosto 2009

Leggo sulla prima pagina del Giornale che Feltri attacca Dino Boffo direttore di Avvenire, pubblicando una sentenza con l’unico scopo di sputtanarlo: omosessuale e molestatore della moglie del suo amante. Meraviglioso il dispositivo giustificatorio, approntato dall’anziano (per testa, non per età) neo direttore di via Negri. Siccome Avvenire ha attaccato il Cavaliere, noi adesso lo massacriamo, così impara. Sembra di sentire quella canzone in cui Lillo e Greg si fingevano naziskin all’amatriciana e cantavano con il manganello di plastica in mano: “E noi a Gino lo menamo/ lo menamo lo menamo/ pampà…”. A lui – dice Feltri - rovistare nei fatti personali fa schifo. Però è costretto a farlo purtroppo, poverino.E’ così fragile questa pallida foglia di fico da moralizzatore-inzaccheratore-castigatore, che pare un brutto scherzo. Invece è tutto vero. Ovviamente, avendo rassegnato da pochi giorni le dimissioni da quel giornale, tiro - se non altro per fatto personale - un sospiro di sollievo. Ma sono, ovviamente, solidale con i miei colleghi rimasti ostaggio della linea mettinculista, e dispiaciuti per il fatto che siano costretti a fronteggiare il cattivismo mannaro del nuovo corso “feltrusconiano” (come lo definisce Dagospia), con licenza di uccidere tutti i nemici del capo, a partire da quei pretacci bolscevichi (i prelati di Ratzinger!) e dei loro giornali che si permettono di difendere gli extracomunitari. C’è qualcosa di surreale, negli articoli del giornale in questi giorni: le telescriventi di De Benedetti del 1991, la sentenza di Boffo per un fatto del 2002… Non è l’Almanacco del giorno dopo, insomma, ma un fenomeno nuovo, il primo quotidiano del secolo prima (Aspettiamo trepidanti nuove rivelazioni sul caso Montesi).Ma c’è di più. In questa estate, ben due direttori di area di centrodestra hanno lasciato i loro posti, sia pure in modo diverso, perché non hanno sposato questa linea disperata, il Muoia-Sansone-ma-con-tutti-i filistei, il vendetta-tremenda-vendetta, il big stick, il grande bastone da abbattere sulle teste del "nemico". Come molti sanno, nelle redazioni di questi giornali e delle testate vicine al centrodestra, circola da mesi un mandato particolare che nessuno, per fortuna, ha ancora voluto (o potuto) portare a termine: quello di colpire Ezio Mauro e la sua attuale compagna. Sarebbe la vendetta finale di Papi, quella che fa il paio con la denuncia presentata dal Cavaliere contro le domande (avete letto bene, "le domande", del quotidiano di piazza Indipendenza). Adesso: per quanto molti antiberlusconiani siano convinti che tutti i giornalisti di destra siano dei prezzolati e dei pennivendoli, non è e non non sarà mai così. Di più: considero una fatto di grande civiltà che molti colleghi - anche molti che sono solidamente su posizioni di centrodestra - non condividano una virgola della campagna occhio-per-occhio di Feltri, perché la considerano aliena ai principi del giornalismo (anche di quello schierato) e sostanzialmente truce. Però attenzione, gli obiettivi originari erano almeno quattro: la Chiesa, l’Opposizione, l’editore progressista e il direttore di piazza Indipendenza. Se nei prossimi giorni non troverete questo articolo sulla moglie di Ezio Mauro sulle pagine del Giornale, dovrete fare un po’ di conto, e capire che se non c’è è per un solo motivo: perché qualcuno si è rifiutato di scriverlo. Sarebbe molto bello, dopotutto, se l’anziano (di testa, non di anagrafe) cavallerizzo di via Negri, questa, e altre polpette al cianuro, fosse costretto a cucinarsele da solo. P.s. Non avrei mai pensato, un giorno, di trovarmi solidale, sui temi dei diritti dei gay con Dino Boffo e con i Vescovi. E’ una di quelle cose belle che possono accadere nei tempi sbandati.

sabato 29 agosto 2009

Mi sento meno solo


Ecco qualcuno come il quale la penso. Ma temo che siamo destinati ad essere in minoranza. Da 'La Stampa' del 27 agosto 2009

Vostra eccellenza

di Lietta Tornabuoni

Chissà chi ha introdotto nel nostro linguaggio ufficiale, già tanto deplorevole, la parola «eccellenza». Un tempo, nel Seicento e oltre, destinata alle persone (governatori, arcivescovi, presidenti), «eccellenza» è passata ora alle cose: uva e vini, affettati, Università (che pure sono tra le peggiori d’Europa), pomodori pelati, imbarcazioni, Grotta Azzurra caprese (nonostante i miasmi) e altri paesaggi naturali. Bisognerebbe tagliare la lingua a chi la adopera, questa espressione «eccellenza italiana» (a volte, in caso di necessità, anche plurale: «eccellenze»).

E’ falsa. Trovare cose eccellenti da noi è molto raro; risulta più facile trovare cose alterate, manipolate, rovinate per incuria o per farci più soldi, oppure cose che non funzionano affatto. E’ un’espressione ridondante, un esempio di linguaggio-maschera che serve a occultare una situazione miserevole e a tenersi su a forza di chiacchiere. E’un’espressione invadente: da quando è stata introdotta, viene applicata a qualunque sciocchezza, son diventati eccellenti pure l’aspirina, le creme di bellezza piene d’acqua a confronto con quelle straniere di pari marca e volume; le cipolle rosse al mercato, i vini «famigliari» dai nomi illusori. Insomma, «eccellenza» è un’espressione ridicola e fuori posto, da tempi di crisi, da governi incapaci e vantoni.

Eppure, a irritare non è soltanto la sua enfasi e il suo uso: piuttosto, il disprezzo per la normalità che nasconde. Che nostalgia, invece, per una normalità in cui i bagagli dei viaggiatori non vengano saccheggiati o perduti, gli aerei non tardino minimo due ore, il pane e la mozzarella non siano gonfi d’aria, i panorami non offrano veleni, i turisti non vengano sistematicamente derubati, nessuno pretenda torvamente mance e mazzette, la gente non venga ammazzata in mezzo alla strada. Che sollievo sarebbe, la normalità. Come permetterebbe di non vergognarsi ogni giorno, ogni minuto: altro che eccellenza.

La solidarietà di 'Liberation'...sigh...



Non sono sicuro fino in fondo che chi vive stabilmente in Italia possa capire del tutto lo sconcerto che le vicende nostrane e berlusconiane in particolare suscitano all'estero. A forza di leggerlo su quotidiani 'comunisti' e faziosi come 'La Repubblica' e associati (gli associati sono talmente comunisti che non li cito nemmeno nel timore di essere incarcerato...) uno si convince che sia davvero una strategia, una mania, un'ossessione di crogiuolarsi nell'immagine di un'Italia 'repubblica delle banane'. Quando invece uno vive fuori dal suo Paese, seppure tornandoci con frequenza, le cose cambiano. Quando i colleghi di varie nazionalità ti guardano con un sospiro e ti danno una pacca sulla spalla che è un misto di comprensione e commiserazione, in te scatta una sorta di spirito primordial-patriottico e vorresti mandarli a quel Paese (appunto) e dirgli, oh, cosa credi? Che da voi vada tanto meglio? Poi ci pensi un attimo. Quante volte mi è venuta voglia di commiserare un britannico per le vicende di casa sua? E un tedesco? E via dicendo. E ora che gli americani hanno dimostrato di non essersi scordati che in politica si possono sempre fare scelte diverse non resta nemmeno la possibilità di commiserare loro, idioti per due volte nel votare un mezzo alcolizzato figlio di un già discutibile ex-Presidente. Insomma, come gli salta in mente a uno che è Presidente del Consiglio di querelare un quotidiano che lo attacca? "Il conflitto tra il potere politico e la stampa è sempre latente ma quando esplode in questo modo significa che la democrazia è malata" ci dice dall'alto della sua saggezza repubblicana il direttore del settimanale francese 'Le Point'. E siamo ridotti a dovercelo far ricordare da Franz-Olivier Giesbert? E come mai quando ciclicamente mi spetta di preparare la rassegna stampa europea devo litigare col mio collega portoghese che s'indigna e s'incazza come una bestia se per caso quel giorno 'La Padania' potrebbe aver un titolo secondo me interessante? Io gli dico: guarda che è un giornale di partito, ma tutti in Italia lo conoscono, se ne parla, è giusto tenerne conto. Lui mi risponde: che diamine c'entra? Non è un giornale, è un organo di partito punto e basta! Come faccio a spiegargli quanto è difficile, nel panorama italiano, fare una distinzione del genere? Eppure è lui che ha ragione, lo so. Comunque, qui di seguito c'è il pezzo di 'Liberation' pubblicato sul web. Che si chiude con l'annuncio che anche loro pubblicano oggi le famigerate 10 domande. Che sollievo...


28/08/2009 à 11h22 (mise à jour à 11h37)

Silvio Berlusconi traîne la Repubblica en justice

Le chef du gouvernement italien, visé dans les colonnes du quotidien pour ses relations ambigües avec plusieurs jeunes femmes, demande un million d'euros de dommages et intérêts pour diffamation.

Empêtré depuis plusieurs mois dans des scandales impliquant de jeunes et jolies femmes et engagé dans une procédure de divorce, Silviop Berlsuconi a affirmé ne devoir des excuses à personne, même pas aux membres de sa famille. (AFP - Vincenzo Pinto)

La Repubblica s'en est donné à coeur joie, et il y avait de quoi. Cet été, Silvio Berlusconi n'a cessé de faire parler de lui, avec une suite de scandales entourant sa vie privée. Des relations troubles, des conquêtes supposément sulfureuses, avec par exemple une jeune fille mineure. Classé à gauche, le journal italien La Repubblica a donc pris le parti, pour que Berlusconi s'explique, d'interpeller directement le chef du gouvernement dans ses colonnes, chaque jour, avec une série de dix questions. Résultat, un procès à venir, et une attaque en diffamation. Silvio Berlusconi réclame un million d'euros de dommages-intérêts à La Repubblica.
«Pour la première fois dans l'histoire de l'information en Italie, les questions d'un journal se retrouvent devant un tribunal civil», écrit le quotidien. Pour l'éditorialiste Ezio Mauro, Berlusconi, est «incapable de dire la vérité», et préfère la solution judiciaire pour tenter de refaire son image.
Tout en reconnaissant qu'il n'était pas «un saint», le chef du gouvernement a démenti à plusieurs reprises fréquenter des mineures, comme son épouse l'en a accusé, et ignorer la qualité des jeunes femmes invitées dans sa résidence.
Les questions de La Repubblica sont «manifestement diffamatoires» car «le lecteur est conduit à penser que les propositions formulées ne sont pas des questions mais des affirmations», souligne la requête, citée par le quotidien.
Il affirme que la demande de dommages-intérêts vise également une information publiée le 6 août par la Repubblica qui reprenait des extraits d'un article de l'hebdomadaire français, Le Nouvel Observateur, évoquant l'hypothèse d'une infiltration de la mafia russe au sommet de l'Etat italien à propos de l'enquête pour corruption sur un entrepreneur lié à Patrizia D'Addario.
La publication de photos de fêtes données dans la villa du Cavaliere en Sardaigne, sur lesquelles apparaissent notamment des femmes aux seins nus, avait déjà provoqué l'ire de Silvio Berlusconi qui avait annoncé porter plainte contre le quotidien espagnol El Pais en juin dernier.
(Source AFP)

Par solidarité avec la Repubblica, Libération publie dans son édition de samedi les 10 questions qui fâchent, et qui amèneront les responsables du journal à se défendre... devant un tribunal.

venerdì 28 agosto 2009

Des soirées sympathiques...

"Des soirées sympathiques, irréprochables de moralité et d'élégance". Se lo dice lui deve per forza essere vero. D'altronde chi mai potrebbe mettere in dubbio l'eleganza e la discrezione del Presidente del Consiglio? E del resto milioni di elettori italiani che continuano a votarlo ed amarlo non potranno mica sbagliarsi, no?! O sì? Ecco una lunga analisi da 'Le Figaro' fatta da uno di quei 'commentatori' che, per impostazione ideologica o poca voglia di scavare, si accontenta in definitiva di esaltare la capacità dell'uomo del 'fare'. Citare come un successo memorabile, come qui sotto viene fatto, la pulizia in 3 mesi delle strade di Napoli e il rapido 'spostamento' del G8 dalla Sardegna a L'Aquila è un capolavoro di minchioneria. Come se ci fosse anche il peggior leader, il più idiota dei governanti al mondo che non abbia 'fatto' qualcosa di significativo. Stalin ha in qualche modo modernizzato il Paese, Mussolini ha bonificato le paludi, G.W. Bush ha fatto almeno due memorabili guerre (tanto memorabili che sono ancora lì belle fresche). E alla fine tutti finiscono sempre per convincersi che fare qualcosa, qualunque cosa, sia sempre meglio che non riuscire a cambiare nulla. Sarà sempre vero?

Silvio Berlusconi, l'inoxydable

Richard Heuzé, à Rome, 25/08/2009

Avec le temps et les difficultés, le sourire s'est un peu figé et le visage a pris un teint de cire. Silvio Berlusconi, qui affiche les 73 ans qu'il fêtera le 29 septembre, a remisé ses plaisanteries et s'est racheté une conduite.Il traverse toutes les épreuves, se relève de tous les scandales et même si la popularité du président du Conseil italien est en baisse, elle ne descend pas en dessous des 50 %.«Ce qui me déplaît le plus, c'est qu'un homme comme Silvio puisse s'être trahi à ce point. Il a tant fait, tant conquis, et aujourd'hui on parle de lui pour des choses qui font oublier ce qu'il a véritablement été» : ce regard indulgent sur l'un des présidents du Conseil les plus décriés de l'histoire italienne est celui d'une personne qui le connaît bien, Veronica Lario, sa seconde épouse, qui vient de demander le divorce après dix-neuf ans de mariage.Tendenza Veronica deuxième édition sort cette semaine en librairie. La première, publiée en 2004, lui avait permis d'afficher sa différence. Elle livre aujourd'hui sa vision d'une vie conjugale tourmentée qui a cessé d'être commune depuis cinq ans.Tout l'été, Silvio Berlusconi a tenté de renouer avec sa famille. Pas avec Veronica : il estime irréparable la fracture intervenue le 27 avril, quand son épouse l'a accusé de fréquenter des mineures au lendemain de son apparition aux 18 ans d'une jeune Napolitaine, Noemi Letizia. Mais avec ses enfants, ceux du premier mariage, Marina, l'aînée, présidente du holding familial Fininvest et de l'éditeur Mondadori, la femme la plus puissante d'Italie, au 34e rang mondial du classement féminin de la planète. Et Piersilvio, le président des télés Mediaset. Et ceux du second lit qui demandent aujourd'hui une place dans l'empire, Barbara en premier, Eleonora et Luigi, le pieux.«Enfin heureux»Il est parvenu à ses fins le week-end du 9 août. À l'exception de Piersilvio, en vacances aux Bermudes, dans une de leurs sept luxueuses villas, les quatre autres enfants se sont retrouvés à Villa Certosa, la somptueuse résidence de la Costa Smeralda sarde. Embrassades, photos de famille, rires : «Je le vois enfin heureux», a commenté un intime, Ennio Doris, président de Mediolanum et son associé en affaires.Une réunion aussitôt médiatisée. La famille compte beaucoup dans la stratégie de communication de Berlusconi. En 1994, il avait largement bâti sa première victoire politique autour de ses bonheurs familiaux, avec sa maman Rosa aujourd'hui décédée, sa femme et ses cinq enfants. Un bonheur à la Dynasty, étalé en photos couleurs dans une luxueuse revue sur papier glacé distribuée à des millions d'exemplaires.Le temps n'est plus à cet étalage rassurant. Les scandales sexuels qu'on lui prête, les fêtes de l'été dernier à Villa Certosa, les confessions piquantes de Francesca D'Addario, la call-girl de Bari, ont écorné le mythe. Sans pour autant ternir son image dans l'opinion publique. «S'il nous gouverne bien, il peut avoir les plus belles filles de la terre», résume un Italien.Du moins lui fallait-il à tout prix éviter une rupture avec ses enfants, préserver l'image d'un père attentionné. Surtout à l'égard de Barbara, la plus critique à son égard, qui a déclaré «ne pas croire qu'un homme politique puisse se permettre une distinction entre ses rôles public et privé». Pour démentir toute ride dans leurs relations, il a choisi Chi, le plus populaire des hebdos du cœur, best-seller sur les plages de l'été. «Elle n'a pas voulu me critiquer. Ses propos ont été manipulés. Elle m'aime du fond du cœur», assure-t-il au magazine. Et d'affirmer avec fierté : «Malgré tout, nous restons une famille.»Il en a aussi profité pour tordre le cou à certaines insinuations persistantes. Non, aucune fête orgiaque n'a jamais été organisée à Villa Certosa, «seulement des soirées sympathiques, irréprochables de moralité et d'élégance» (sic). Oui, l'épiscopat et son quotidien Avvenire «sont tombés dans le traquenard des calomnies échafaudées contre moi, prenant pour véridiques de fausses affirmations».Significative, cette attention aux jugements d'Avvenire, lequel reflète dans ses éditoriaux et son courrier des lecteurs les reproches à peine voilés de certains prélats et le malaise des fidèles.L'Église occupe en effet une place fondamentale dans les préoccupations de Berlusconi. Nul ne saurait gouverner en Italie sans son appui ou du moins sa neutralité. Romano Prodi en a fait l'expérience, à ses frais. Avec Berlusconi, le Vatican a obtenu davantage qu'avec aucun autre gouvernement : renoncement au Pacs que la gauche voulait imposer, lois restrictives sur la bioéthique, sur le testament biologique, tir de barrage contre la diffusion de la pilule abortive, défense de l'école libre, de la famille, primes à la naissance, etc.Le communiqué commun sanctionnant sa visite au Pape, le 6 juin 2008, évoquait la «défense des valeurs de liberté et de tolérance» et réaffirmait «la sacralité de la personne humaine et de la famille». Reste bien sûr la politique d'immigration : le Vatican condamne durement la xénophobie de son allié, la Ligue du Nord. Trouver un terrain d'entente ne lui sera pas facile.Ce n'est pas que l'électorat catholique compte tant dans la victoire de Berlusconi. Les fidèles suivant stricto sensu les consignes de vote du clergé ne constitueraient que 10 % de l'électorat, dont 6 à 7 % voteraient à droite et le reste au centre. Et depuis la disparition de la Démocratie chrétienne, l'Église a perdu ses repères politiques et ne saurait vers qui d'autre se tourner pour faire passer ses idées.Car Silvio Berlusconi, pour beaucoup, est irremplaçable. À gauche, aucune relève crédible ne se dessinera avant longtemps. Dans son propre camp, il reste sans rival. Un commentateur avisé comme Stefano Folli, éditorialiste du journal d'affaires Il Sole 24 Ore, est même persuadé que s'il disparaissait, «la droite resterait au pouvoir pour longtemps encore».Ce pouvoir, Berlusconi le doit au fait d'être «le seul à donner l'impression d'être capable de réaliser quelque chose», le seul «en mesure d'assurer la synthèse nationale, à tenir ensemble Nord et Sud», à rassurer les Méridionaux angoissés par les pressions des populistes de la Padanie. Un «exploit», pour le Milanais qu'il est, dans un pays plus divisé que jamais au plan politique, culturel, social.Le mythe «fragilisé»En observateur attentif, Stefano Folli enregistre bien un «déclin» dans l'image de Berlusconi, une «fragilisation» du mythe. C'est d'ailleurs pourquoi la Ligue du Nord pratique la surenchère sur tous les fronts : fédéralisme fiscal, rondes citoyennes, demande d'imposer une différenciation salariale entre Nord et Sud, d'abandonner l'hymne national au profit du Va'Pensiero, le chant des esclaves de l'opéra Nabucco de Verdi, appel à renoncer aux festivités qui devraient couronner l'an prochain les 150 ans de l'Unité d'Italie.Mais de là à croire que ce «déclin» sera immédiat, qu'on assiste au crépuscule de son règne, que César serait sur le point de passer la main, il y a un large pas. Certes, sa popularité est en baisse. Elle était au zénith en avril. Les 68 % qu'il revendique aujourd'hui sont certainement exagérés. Mais il dépasse sûrement les 50 %. Après quinze ans de pouvoir, c'est énorme. Quand la législature actuelle arrivera à son terme en 2013, il aura occupé le devant de la scène pendant vingt ans. Plus que le Ventennio fasciste qui avait duré dix-neuf ans. Ou encore que les deux septennats de François Mitterrand. Cet «exploit», Silvio Berlusconi le doit à sa capacité de s'adresser aux masses populaires, à son langage direct et clair, à son exceptionnelle intuition politique et, à défaut de réformes réelles pour transformer une société italienne profondément statique, à sa capacité d'accomplir des actes concrets et spectaculaires qui marquent les esprits et stupéfient.Il a débarrassé Naples de ses ordures en trois mois. Un exploit digne du nettoyage des écuries d'Augias. La gauche discutait du problème depuis deux ans sans rien faire. La construction de nouveaux incinérateurs n'est plus un problème, malgré l'opposition de la Camorra.Il est en train de reconstruire les Abruzzes, dévastées par le séisme du 6 avril. Quelque 65 000 sinistrés attendent d'être relogés avant l'hiver. Les premiers chalets devraient être livrés à la mi-septembre. Aucun gouvernement de gauche n'aurait été en mesure de le faire. Vingt fois, il s'est rendu à L'Aquila pour superviser les chantiers. La dernière fois dans la canicule du 15 août, quand toute l'Italie se prélassait sur les plages.Transférer en deux mois le G8 de la Sardaigne à L'Aquila était aussi un pari insensé. Le sommet du 8 au 10 juillet, dans le cadre austère d'une caserne de la Garde des finances, a été un succès au-delà de toute attente. D'autant que sa médiation est pour beaucoup dans les deux résultats les plus tangibles de ce sommet : une enveloppe de 20 milliards de dollars sur trois ans en faveur de l'Afrique et un appel à limiter le réchauffement climatique.Avec le temps et les épreuves, le sourire s'est figé. Le visage a pris un teint de cire. Silvio Berlusconi affiche les 73 ans qu'il fêtera le 29 septembre. «Papi» (Papounet), comme l'appelle Noemi, a perdu l'insouciance des fêtes de l'an dernier. Il a remisé ses plaisanteries déplacées et s'est racheter une conduite. Mais en bon professionnel de la communication, il continue de professer un optimisme inébranlable.

domenica 23 agosto 2009

Curati!


Ecco le "grandi uscite editoriali" che i mezzi di comunicazione internazionali sono interessati a seguire per l'Italia. Dal Times.

From The Sunday Times
August 23, 2009

Berlusconi urged to attend clinic for sex addiction

MEMBERS of Silvio Berlusconi’s entourage are urging the prime minister to seek treatment in a clinic for sex addiction. The 72-year-old billionaire’s private life has been the focus of a long-running scandal since he attended the 18th birthday party of Noemi Letizia in April. His wife, Veronica Lario, 53, has demanded a divorce and Patrizia D’Addario, a prostitute, has said she spent a night at Berlusconi’s Rome residence last November — which he has denied. The Veronica Trend, an updated biography of Lario, a former actress, to be published on Wednesday, tells her side of the story. It is based on interviews with the prime minister’s wife of 19 years. The book’s author, Maria Latella, writes that a few members of Berlusconi’s inner circle are calling for the couple to separate formally, but then for Lario to “return to her husband’s side to help him find himself again ... also with a stay in one of those clinics specialising in curing sex dependence”. “This scenario hasn’t been completely ruled out, and much will depend on how much the press — above all overseas — will continue to be fascinated by Berlusconi’s private life,” she writes. Latella does not specify whether those backing this idea include Lario or any of the Berlusconi’s three children: Barbara, Eleonora and Luigi. A source said yesterday the clinic suggestion had been floated for the first time shortly before Berlusconi presided over the G8 summit at L’Aquila in July. It would involve a stay of one to two weeks. But the book says the most realistic outcome, which the prime minister is understood to favour, is an uncontested divorce. Lario may then move from Milan to Switzerland, where she is building a house. Over lunch in late April, Lario confided to Latella: “I think I have no choice but to separate.” “Why don’t you talk, you and your husband?” asked Latella, who has known Lario for nearly two decades. “I can’t. He would tell me yet another lie and this time I couldn’t stand it,” Lario replied. “I can’t condemn myself to being his wet nurse, and now I can’t stop him making himself look ridiculous in the eyes of the world.” The previous Sunday afternoon, after a family lunch at her palatial Villa Macherio near Milan, Berlusconi told Lario: “I’ve got to go to Naples. I’ve got an important meeting on rubbish collection early tomorrow morning.” “That was yet another lie,” said Lario. On the evening of his departure from the villa, Berlusconi attended Letizia’s birthday party. “So it’s best to divorce. I don’t know where I get that conviction, that strength, from. In any case, he’s the one who’s reduced me to this. I could have gone on for years, but this way it’s impossible,” Lario said. At the time, she made a virulent attack on Berlusconi, accusing him of consorting with underage girls. He has stated that he has never had an improper relationship with minors. Lario, whom Berlusconi first courted after seeing her perform topless in The Magnificent Cuckold in a Milan theatre in 1980, is usually shy of the media spotlight. Since Berlusconi came to power in 2001, they have lived largely separate lives, with Lario ensconced in Villa Macherio. In 2007 she demanded a public apology from her husband after he told Mara Carfagna, minister for equal opportunities and a former topless model, that if he was not married he would wed her on the spot. Berlusconi made the apology. After Lario’s lawyer announced in May she was seeking a divorce, pro-Berlusconi papers published articles denigrating her. According to the book, this so incensed their eldest daughter, Barbara, 25, that she almost broke off relations with her father in a heated phone call. That evening Berlusconi failed to turn up as expected for a gala dinner at an art gallery in Milan co-owned by Barbara. They have since been reconciled and Barbara stayed with her brother Luigi at Berlusconi’s villa on Sardinia’s Emerald Coast. But Lario has stayed away from the estate. The couple are understood not to have seen or spoken to each other since the family lunch in late April. Lario has lost none of her bitterness. “What I’m most sorry about is that a man like Silvio could have let himself down. He has done so much, he has conquered so much and today people talk about things that will make everyone forget what he really was,” Lario told her biographer last month.

sabato 22 agosto 2009

La mafia siamo noi - bis


Per chi non lo avesse letto e per chi avesse la memoria corta

Da 'L'Espresso'

Quanti amici ha Totò Riina. E scoppia la polemica con l'Arma

di Giorgio Bocca

L'opinione di Giorgio Bocca di questa settimana ha scatenato una reazione compatta a difesa dell'Arma sia da parte della maggioranza che dall'opposizione. L'articolo è risultato particolarmente indigesto al comandante dei carabinieri, il generale Leonardo Gallitelli, che ha ricevuto la solidarietà del ministro dell'Interno Roberto Maroni. Indignato anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ha parlato di "accuse farneticanti da parte di chi, come Giorgio Bocca, non ha esitazioni ad infangare una delle principali, se non la principale, eccellenza italiana riconosciuta come tale nel mondo". Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, promette un'azione legale contro il giornalista per le "deliranti accuse di collusione in Sicilia tra Carabinieri e mafia". Ed è insorta anche l'opposizione. "Si può - ha osservato Marco Minniti responsabile Sicurezza del Pd - discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l'Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell'azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione". Infine il leader del'Udc, Pier Ferdinando Casini, ha invitato "tutto il Paese in ogni sua componente, maggioranza ed opposizione, a stringersi intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalità e nella consapevolezza di ciò che rappresenta per il presente e per il futuro. L'articolo di Giorgio Bocca è infame e ogni altro commento è superfluo'. Ecco l'opinione della discordia: leggete e commentate.



L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale. Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia. Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'. Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia. In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori. E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?


12 agosto 2009

La mafia siamo noi


L'Italia cambia, cambia, cambia. In peggio. O forse resta sempre uguale.

Mosca tzé tzé

da Antefatto.it

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia. Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: “il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.

Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni - insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) - ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca. Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia.

Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora. Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).

Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”. Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera.

Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra). Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:
1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto - scrivono i giudici di appello a pagina 756 - che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.
2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage - aggiunge la Corte a pagina 758 - attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca. Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…). In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767).

Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.

mercoledì 5 agosto 2009

Berlusca figlia bis: che delusione

Berlusconi non sapeva dell'intervista della figlia a Vanity Fair. Amareggiato, ha mandato Ghedini a chiedere e ottenere una parziale rettifica. Il premier non si aspettava l'attacco"Che rabbia. Mi ricorda Veronica..."
In alcune frasi della figlia il Cavaliere ha trovato le posizioni della moglieLa delicatissima questione dell'eredità e l'accenno a un'equità non scontata

di CARMELO LOPAPA per 'La Repubblica'

ROMA - "Che amarezza. Nessuno mi ha avvertito. Un colpo a freddo". Amareggiato, irritato, in collera. Le anticipazioni dell'intervista a Barbara colgono il premier in contropiede.

Nessuno lo ha informato, neanche un avvisaglia di quell'uscita della figlia destinata a risollevare il sipario sul suo privato. Tanto meno ad avvisarlo è stata lei, benché la primogenita dei tre figli avuti da Veronica, che gli ha regalato già due nipotini in ultimo Edoardo, sia sempre stata molto legata al Cavaliere.

Le dichiarazioni di Barbara colgono di sorpresa Silvio Berlusconi intento a lavorare nel ritiro di Arcore alla conferenza coi governatori regionali. I collaboratori che gli consegnano i primi lanci delle agenzie di stampa lo vedono andare su tutte le furie. Non che la ventiquattrenne, laureanda in Economia con una tesi su Amartya Sen, non sia nuova ai colpi di scena. Come quando, intervistata da Daria Bignardi, spiegò che ai figli non avrebbe mai fatto vedere Buona Domenica o il Bagaglino, o quando, sempre a Vanity fair confessò che, fosse stato per lei e i fratelli di seconde nozze, le tv sarebbero state già vendute a Murdoch. Il fatto è che questa volta Barbara ha toccato senza reticenze il cuore del problema che complica la separazione tra il padre e Veronica: la gestione dell'asse ereditario. Il patrimonio da 8 miliardi di euro che la madre vorrebbe veder ripartito in un 20% per ognuno dei cinque figli di Berlusconi. Per di più, con Piersilivo a capo dell'impero Mediaset e Marina del colosso Mondadori. È quest'ultimo uno dei nodi più delicati del contendere.

La prima casa editrice italiana è da tempo nel mirino della giovane Barbara. E oggi non a caso torna a ribadirlo: "Ho la passione per l'editoria, mio padre ha sempre pensato che, quando ne avessi avuto le capacità, mi sarei occupata di Mondadori". Adesso, sottinteso, le capacità ci sono. Barbara, Eleonora e Luigi gestiscono oggi un patrimonio da 315 milioni di euro attraverso la Holding Quattordicesimo. Ma la semplice gestione delle finanze, alla primogenita di Veronica, ormai sta stretta, pur sapendo che sarà arduo convincere Marina a cedere quote di potere.

Il messaggio è chiaro: "Se mio padre è uomo giusto ed equo, non ci sarà alcuna lotta" tra figli del primo e del secondo matrimonio. Ai suoi, il capo del governo ha fatto notare una coincidenza: "Se lui sarà equo è una formula sempre usata da Veronica, non è casuale". Per non dire - ma qui entriamo nel narcisismo del personaggio - di quanto l'abbia mandato fuori dai gangheri l'allusione agli "uomini anziani" che frequentano delle giovani con riferimento a Noemi Letizia. Considerazione che involontariamente fa da pendant alle prime accuse di Veronica sul marito che "frequenta minorenni". Insomma, tutto ha lasciato intendere al padre che dell'intervista fosse invece al corrente Veronica.

La misura nel pomeriggio era colma, al punto da indurre Berlusconi, dopo un giro di consultazioni con i più fidati consiglieri, Nicolò Ghedini in testa, a chiedere alla figlia le precisazioni poi pubblicate in serata. Richiesta che è figlia dei timori anche politici, oltre che dinastici, del leader del Pdl. L'ultimo sondaggio avuto nei giorni scorsi ha registrato un calo del 13% di popolarità tra le donne adulte, sulla scia dei tre mesi di scandali. Il premier teme che adesso quest'ultimo passaggio, il richiamo di Barbara ai valori, al privato che è pubblico per un politico, finisca col penalizzarlo ulteriormente nei consensi. Ma anche con l'incrinare i rapporti divenuti problematici e delicati col mondo cattolico e le gerarchie ecclesiastiche.

(5 agosto 2009)

Berlusca figlia

Vanity Fair intervista una delle figlie del premier e di Veronica Lario
"Stupita dalla vicenda di Noemi. Eredità? Nessuna lotta se mio padre sarà giusto"
Barbara Berlusconi: "In politica no alla distinzione tra pubblico e privato"
Poi la precisazione: "Grande stima e affetto per mio padre"

Da 'La Repubblica' - 4 agosto 2009

ROMA - "Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata". Barbara Berlusconi, intervistata da Vanity Fair, interviene così sulle vicende che, da mesi, tirano in ballo il premier. Dall'ormai famosa festa a Casoria alle registrazioni di Patrizia D'Addario. Nella lunga intervista, che il settimanale dedica alla primogenita di Veronica Lario e Silvio Berlusconi dopo la nascita del secondo figlio, Edoardo, la 25enne non mostra reticenze. Neanche sulla gestione del patrimonio paterno: "Se mio padre sarà giusto non ci saranno lotte". La morale. Si parte dalla stratte attualità e dal rapporto tra politica e morale. "Penso che una società esprima un senso della morale comune - dice Barbara -. I rappresentanti politici che sono chiamati a ben governare, a far prosperare la comunità, sono anche tenuti a salvaguardare i valori che essa esprime, possibilmente a elevarli". Da questo discende la convinzione che chi è chiamato ad amministrare lo Stato non può tracciare un solco tra i comportamenti pubblici e quelli privati. La festa di Noemi. La 25enne, poi, si dice "stupita" per le 'attenzioni' del padre verso Noemi Letizia. "La mia storia - spiega Barbara Berlusconi - è quella di una ragazza che ha vissuto la sua giovinezza in modo sereno e normale. Non ho mai frequentato uomini anziani. Sono legami psicologici di cui non ho esperienza".

E quanto al divorzio dei genitori, parla di un forte dolore e del desiderio di sostenerli entrambi: "Il dolore è grande, un valore e una realtà si stanno sgretolando. Più forte è il senso dell'unione familiare che uno ha, e nel mio caso è molto forte, più si amplifica la delusione. Ma almeno noi fratelli stiamo vivendo questo momento in età consapevole. Voglio essere vicina a entrambi i miei genitori, perchè quello che non traspare all'esterno è che la loro sofferenza è profonda e tocca entrambi". E' quando le si chiede se si tratta della fine di un grande amore, replica decisa: "Sono sicura che lo sia stato per la mamma". La polemica su Franceschini. Barbara Berlusconi torna, minimizzandola, su una polemica prelettorale: il segretario del Pd Dario Franceschini attaccò Berlusconi, chiedendo a chi gli stava intorno: 'Fareste educare i vostri figli da un uomo come lui?. "Non è un episodio che ritengo grave o insultante e non credo che Franceschini ce l'avesse con noi - risponde Barbara che ai tempi si schierò con il padre - Credo che parlasse di identità culturali diverse". Solo un accenno sulla delicata questione dell'enorme patrimonio del Cavaliere. E sul ruolo dei figli del primo matrimonio (Marina e Piersilvio) e quelli avuto dalla Lario. "A oggi non c'è nessuna lotta. E, se mio padre è uomo giusto ed equo, non ce ne saranno nemmeno in futuro" taglia corto Barbara. Che, nell'immediato, non esclude un futuro nell'editoria, alla Mondadori. La precisazione. In serata il comunicato di Barbara Berlusconi. "A proposito dell'intervista che ho rilasciato a Vanity Fair, desidero che le mie risposte non vengano strumentalizzate ed estrapolate dal contesto in cui si trovano perché altrimenti rischierebbero di assumere un significato che invece non hanno e non devono avere. Il tono e il contesto dell'intervista erano infatti di affetto verso mio padre di cui ho grande stima sia come padre sia come politico".
(4 agosto 2009)