mercoledì 31 marzo 2010

Lost

Come i mostri di "Cabaret"
Bruno Tinti su 'Il Fatto Quotidiano', 31.03.2010

A bbiamo perso un’a l t ra volta. Quasi si perde la fiducia nel futuro, quasi si dispera. Il Paese è in mano a un miliardario volgare e arrogante, a una fazione di razzisti xenofobi, a una cricca di affaristi privi di scrupoli e di politici che si vendono quando per tanto e quando per poco, una puttana, un soggiorno in albergo, una manciata di voti. Ci si chiede come uscirne. La piazza del partito dell’amore ha dato di sé un’immagine terrorizzante. Gente che sputava parole e saliva a pochi centimetri dalla faccia di un giornalista che chiedeva cosa pensassero di Trani, del G8, di Bertolaso, di Cosentino; gente che sosteneva con ferocia che non era vero niente, che era tutto falso, che quanto raccontavano le intercettazioni non era mai avvenuto, che le stesse intercettazioni erano false, che era tutto organizzato dai giudici comunisti e dalla sinistra;
gente che esibiva una violenza trattenuta a stento; gente che faceva paura. In un bellissimo film degli anni ‘70, C a b a re t , ambientato nella Germania pre-nazista, Bob Fosse, il regista, mostra
un pic nic in campagna: famigliole sedute sull’erba, tovaglie candide, fiori, bambini, signore bionde e composte, uomini sorridenti, alcuni in divisa, quella delle SA. Poi cominciano a cantare
fino ad arrivare all’Hor st Wessel Lied, l’inno delle camicie brune. E la camera passa da un volto all’altro e si vedono tutte queste brave persone, perfino le donne e i bambini, trasfigurarsi, contrarre i lineamenti, stringere gli occhi, serrare e spalancare la bocca in un canto sempre
più aggressivo, sempre più violento; diventano dei mostr i. Che sarà di tutti noi se l’etica,
il rispetto, la tolleranza, la solidarietà, l’onestà (diciamola questa parola, non è un luogo comune, è il fondamento del vivere civile) diverranno valori irrisi e disp re z z a t i ?

giovedì 25 marzo 2010

Ai lov turchese


Per una volta sono contento di essere iscritto all'Ordine...

Servizio Mesiano, sospesi Brachino e Spinoso
17 marzo 2010


Claudio Brachino mandò in onda immagini “non essenziali e prive di interesse pubblico” riguardanti il magistrato Raimondo Mesiano. Per questo motivo l'Ordine dei giornalisti della Lombardia ha sospeso per due mesi il direttore responsabile di Videonews. Stessa sorte per la redattrice Annalisa Spinoso autrice del servizio incriminato, sanzionata dall'Ordine siciliano, cui la giornalista è iscritta. L'ormai famoso “scoop” sul magistrato milanese, che pochi giorni prima aveva condannato la Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro, era andato in onda il 15 ottobre scorso durante “Mattino 5”, la trasmissione di informazione e approfondimenti di Canale 5. Il comportamento definito “stravagante” del giudice milanese, i commenti sui suoi calzini “turchesi” e altre immagini rubate alla sua vita privata, avevano generato molte polemiche. Il direttore di Videonews si era poi scusato con Mesiano in un articolo pubblicato su “Il Giornale”. L'ordine, però, ha sanzionato ugualmente i due giornalisti per “aver messo in onda un servizio filmato contenente “immagini diffuse in violazione dell'art. 2 della Legge istitutiva dell'Ordine, nonché degli art. 137 Dlgs 196/2003 e 6 del Codice deontologico”. Secondo l'Ordine dei giornalisti la diffusione del servizio aveva l'unico scopo “di screditare la reputazione del protagonista del video e delegittimare agli occhi dell'opinione pubblica la sentenza da lui emessa in precedenza nei confronti di Fininvest” violando così le leggi deontologiche e la legge sulla privacy (già rilevata dal Garante). Il servizio, si legge nella sentenza, “ha prodotto un effetto diffamatorio nel suo insinuare presunte stravaganze e stranezze del personaggio, fino a sfiorare il vero e proprio dileggio. Immagini non essenziali (addirittura il colore dei calzini) costituiscono l'unico contenuto del servizio e sono sostenute da un commento in stile gossip”. “Risulta quanto meno fuorviante - conclude l'Ordine - alimentare dubbi sulle inchieste di un giudice in virtù della scelta del colore dei suoi calzini”. Da parte sua Brachino ha annunciato immediato ricorso contro la sentenza, aggiungendo di “pensare che si tratti di una condanna simbolica e tutta politica da parte dell'organismo che dovrebbe tutelare, al netto di ogni calcolo di convenienza ed opportunità, la libertà della categoria”. In difesa di Brachino e della Spinoso si è schierata anche Mediaset che, in una nota, definisce il provvedimento di sospensione “iniquo” e “che costituisce un precedente pericoloso per la libertà di informazione ed il diritto di critica”.

lunedì 8 marzo 2010

Addio Napolitano...


E noi che avevamo continuato a credere, ostinatamente, vittime di una nostalgia "traslata" verso il grande vecchio, "nonno Pertini", che anche Giorgio Napolitano fosse un gentiluomo...Ora non ci sono più scusanti. Il sistema di potere è uno solo, la colpevole volontà di rimescolare le carte secondo le convenienze è la stessa. Addio Giorgio Napolitano. Qui di seguito, nell'ordine: il pezzo meno fazioso che sono riuscito a trovare su 'Il Giornale', pubblicato oggi sul sito; due lettere di cittadini inviate al Capo dello Stato seguite dalla risposta del Presidente e pubblicate sul sito della Presidenza della Repubblica, poi riprese dal quotidiano L'Unità.

Costituzionalisti in ordine sparso: "Eversiva". "No"
Da 'Il Giornale'

Roma - Non è del tutto una novità che anche la Costituzione - dopo tante leggi - finisca per essere interpretata in maniera diversa da esperti del ramo. Ma mai come in occasione del decreto varato l’altro giorno, con cui si permette alle liste del Pdl di rientrare in gioco nel Lazio e in Lombardia, la disputa si è fatta accesissima. Spara a palle incatenate Gustavo Zagrebelsky, nominato da Scalfaro nella Consulta di cui è stato poi presidente fino al 2004 e oggi docente all’università di Torino: «Un abuso, una corruzione della forza della legge per violare assieme uguaglianza e imparzialità», sostiene a muso duro.Ma a replicargli di fatto con analoga decisione è Nicola Zanon, ordinario di diritto Costituzionale all’Università di Milano: «Chi, come Di Pietro, accusa il capo dello Stato dovrebbe forse leggere la premessa del decreto dove si parla di rendere effettivo l’esercizio dell’elettorato attivo e passivo. E del resto le norme contenute nei commi 2 e 3 del decreto (con cui si sana la situazione in Lombardia, nda), sono già in gran parte contemplate nella giurisprudenza e nelle istruzioni del Viminale, anche se hanno dato vita ad interpretazioni divergenti. Per cui ci può stare una interpretazione autentica».Tutto a posto, dunque? Da Padova replica acida Lorenza Carlassare: «Non c’è modo legale di sanare quella situazione!». Con lei concorda Valerio Onida, anche lui già presidente della Consulta, che sentenzia deciso: «È un’altra legge ad personam». E dunque non saremmo per niente alla soluzione. Solo che ad essi si contrappone, con altrettanto vigore Annibale Marini, presidente emerito anche lui della Consulta: «Sgombriamo intanto il campo dall’idea che si tratti di un decreto eversivo, visto che leggi e decreti interpretativi non sono certo una novità». Non dimenticando di aggiungere che «inaccettabile casomai sarebbe stato un rinvio delle elezioni...». Né manca chi, come Cesare Mirabelli, anche lui già membro della Consulta, nega di vedere nel decreto chiare tracce di incostituzionalità, anche se forse «le norme eccedono la pura interpretazione».Insomma, c’è chi parla di anticostituzionalità evidente. Chi ribatte che non ve n’è traccia alcuna essendoci state anche in passato norme d’urgenza tese a decifrare contenuti sui quali pesavano interpretazioni divergenti fino allo strappo.Divisioni secche. Accanto alle quali però, nel fiume di parole dei costituzionalisti che ha preso a scorrere da 24 ore, galleggiano anche un paio di concetti che non si dividono tra le sue sponde opposte. Intanto sono in parecchi - quasi la maggioranza - a sostenere che probabilmente non si poteva fare in altro modo per sanare una situazione assai complessa. Giuliano Amato ad esempio, che certo non si può accostare al centrodestra, nota che in definitiva «questo sgradevolissimo decreto toglie tutti da un serissimo impiccio». Con Giuliano De Vergottini a dirsi d’accordo visto che solo in questo modo si evita «il rischio di fare slittare le elezioni», che - quello sì - avrebbe comportato un vulnus grave per la democrazia.Il secondo punto che fa trovare molti d’accordo è la firma di Napolitano. Persino Zagrebelsky parla di «etica della responsabilità» del capo dello Stato, accusando Di Pietro di «irresponsabilità». Anche Michele Ainis, sollecitato ad un chiarimento dall’Unità, trova che «la firma del capo dello Stato ci sta». E dunque la differenze restano, ma il via libera del Quirinale va accettata. Dov’è l’errore?


Napolitano: "Esclusione del Pdl non era sostenibile, il decreto l'unica soluzione"
Da 'L'Unità'

Il presidente della Repubblica ha deciso di rendere note le ragioni della sua firma al decreto interpretativo varato ieri sera dal governo sul tema delle liste elettorali. Napolitano ha scelto di rispondere sul sito del Quirinale a due delle tante lettere di cittadini ricevute in queste ore, che pubblichiamo integralmente prima della risposta del presidente.
«Signor Presidente della Repubblica, le chiedo di non firmare il decreto interpretativo proposto dal governo in quanto in un paese democratico le regole non possono essere cambiate in corso d’opera e a piacimento del governo, ma devono essere rispettate da tutte le componenti politiche e sociali per la loro importanza per la democrazia e la vita sociale dei cittadini italiani.
Confidando nella sua serenità e capacità di giudizio per il bene del Paese e nel suo alto rispetto per la nostra Costituzione. Cordiali saluti».
Alessandro Magni

«Signor Presidente Napolitano, sono a chiederle di fare tutto quello che lei può per lasciarci la possibilità di votare in Lombardia chi riteniamo che ci possa rappresentare. Se così non fosse, sarebbe un grave attentato al diritto di voto».
In fede
M. Cristina Varenna

La risposta di Napolitano:

«Egregio signor Magni, gentile signora Varenna, ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto. Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici.

Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano. Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.

Non si può negare che si tratti di “beni” egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere – neppure in Lombardia – "per abbandono dell’avversario" o "a tavolino”. E si era anche da più parti parlato della necessità di una “soluzione politica”: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso.

Una soluzione che fosse cioè “frutto di un accordo”, concordata tra maggioranza e opposizioni? Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all’autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall’altra parte.

Ma in ogni caso – questo è il punto che mi preme sottolineare – la “soluzione politica”, ovvero l’intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.

Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.

La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri».

Cordialmente

Giorgio Napolitano06 marzo 2010

giovedì 4 marzo 2010

Dell'Utri il bibliofilo

Da 'Il Fatto Quotidiano' di oggi, giovedì 4 febbraio.

L'inedito di Pasolini, l'Eni e quei misteriosi legami siciliani

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Palermo - E adesso ?lo scoop letterario di Marcello Dell’Utri può diventare uninput giudiziario, provocando la riapertura dell’inchiesta sull’uccisione di Pier Paolo Pasolini, assassinato all’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. E’ l’avvocato Stefano Maccioni (che un anno fa, assieme alla criminologaSimona Ruffini, depositò alla Procura di Roma un’istanza per riaprire le indagini sulla morte del poeta) a chiedere oggi ai magistrati il sequestro del misterioso dattiloscritto in possesso del senatore bibliofilo. Secondo Dell’Utri, si tratta di quindici pagine che costituirebbero un sunto di “Lampi sull’Eni'”: il capitolo scomparso del romanzo “Petrolio”, l’ultima opera letteraria di Pasolini, pubblicata postuma da Einaudi nel 1992.

E’ il romanzo che per la prima volta denuncia con illuminante chiarezza le origini della strategia della tensione in Italia, culminata nella stagione delle stragi impunite, orchestrata e finanziata – secondo Pasolini – da potentati economici, in un gioco perverso tollerato persino dai più alti rappresentanti delle istituzioni. Un romanzo che Pasolini non riuscì a terminare proprio perché fu assassinato e che potrebbe costituire addirittura la ragione della sua eliminazione. “Riterrei necessario – annuncia Maccioni – che il pm Diana De Martino provvedesse al sequestro del manoscritto, poiché tale documento potrebbe costituire il movente dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini”. Un omicidio, con ogni probabilità, di chiara matrice “politica”. Perché il capitolo misteriosamente scomparso è così importante?
“Lampi sull’Eni” potrebbe costituire proprio il cuore di “Petrolio”, spiegando tutti i retroscena della morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei, precipitato nelle campagne di Bascapé in seguito a un attentato camuffato da incidente aereo nel 1962. Quell’incidente che Amintore Fanfani definì “il primo gesto terroristico del nostro paese”. Sostiene ora Dell’Utri, l’unico che ha in mano quelle pagine e che le ha lette in attesa, come dice, di ricevere l’intero capitolo di 78 pagine: “Parlano dell’Eni, di loschi intrecci, di particolari sulla morte di Mattei. Contengono feroci accuse a Cefis. E’ più di un giallo, perché si collega ad altri enigmi. La morte diMauro De Mauro, quella dello stesso Pasolini”. Che significa tutto ciò? Per l’ex pm di Pavia Vincenzo Calia, che negli anni passati ha indagato sulla fine di Mattei, l’attentato di Bascapé sarebbe il frutto di un complotto tutto italiano, orchestrato “con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato” e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto.

Per questo motivo sarebbe morto, nel 1970, Mauro De Mauro, il giornalista de L’Ora di Palermo, impegnato a scavare sulla morte del presidente dell’Eni mentre scriveva la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sul caso Mattei. Per lo stesso motivo, Pasolini, ucciso ufficialmente in un’assurda lite tra “froci”, potrebbe essere rimasto vittima di un agguato studiato a tavolino. In “Petrolio”, infatti, lo scrittore alludeva a pesanti responsabilità di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e poi presidente di Montedison, nella scomparsa del suo predecessore. Alle stesse conclusioni, a quanto pare, era giunto pure De Mauro, che, per raccogliere notizie sulla fine di Mattei si era rivolto all’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia. Ma chi era Cefis? Dal dopoguerra in poi è stato il grande vecchio della finanza italiana, protagonista di un sistema che, secondoMassimo Teodori, componente radicale della Commissione sulla Loggia P2, “diviene progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti”.

Ma non solo. Secondo una nota del Sismi, “la loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis, che l’ha gestita fino a quando è rimasto presidente della Montedison”. Nelle pagine di “Petrolio”, proprio Cefis appare come un protagonista. Nel romanzo, infatti, compaiono sia Mattei sia Cefis, rispettivamente con i nomi di fantasia diBonocore e Troya. E, in un appunto, Pasolini è più che esplicito: “Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni, e ciò implica la soppressione del suo predecessore”. Ecco perché, nella sua complessa inchiesta giudiziaria sulla fine di Mattei (conclusa con un’archiviazione), il pm Calia ipotizza un legame tra le morti del presidente dell’Eni, di De Mauro e di Pasolini. Ed ecco perché le quindici pagine affidate a sorpresa a Marcello Dell’Utri possono fare paura a molti. Da dove provengono?

Il senatore del Pdl, dopo aver svelato che è stato “un privato” a mettere a disposizione il capitolo mancante di “Petrolio”, si è affrettato a precisare: “Sia chiaro che questo documento riguarda un periodo lontano, quindi parla di un Eni che non c’entra con l’attuale. Dico questo perché non si pensi a manovre”.

Ma Gianni D’Elia, autore de “Il petrolio delle stragi” (Edizioni Effigie), tra i massimi studiosi dell’opera di Pasolini, non ci crede: “Quel capitolo, ritenuto un documento storico sulle stragi in Italia, è stato rubato da casa di Pasolini. In termini giuridici è un corpo del reato. Se è vero, Dell’Utri deve dire come ?lo ha avuto, chi glielo ha dato, per quali fini”. E ancora: “Ho scritto che c’era una continuità tra il potere proto-piduista di Cefis e il potere attuale, ma mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte”.

D’Elia ricorda che “una delle tante società offshore della Edilnord era intestata al padre dell’avvocato Previti e si chiamava, con poca fantasia, Cefinvest”. E conclude: “Mi chiedo: chi vogliono colpire? Quali traffici ci sono ora con l’Eni? Questa è una storia che non finisce qui”. Sono molti, infatti, i punti da chiarire sulla improvvisa ricomparsa del capitolo mancante di “Petrolio”: perché spunta proprio adesso? Chi ?lo ha tenuto nascosto fino ad oggi? E perché arriva proprio a Dell’Utri, il cui padre Alfredo, deceduto nel 1971, fu socio di Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia (come è scritto nella scheda biografica dell’avvocato palermitano redatta dalla Dia e agli atti del processo De Mauro in corso a Palermo) dal 1948 al 1950 nella società per azioni Ra.Spe.Me. per la vendita di prodotti medicinali?

da il Fatto Quotidiano del 4 marzo