
E noi che avevamo continuato a credere, ostinatamente, vittime di una nostalgia "traslata" verso il grande vecchio, "nonno Pertini", che anche Giorgio Napolitano fosse un gentiluomo...Ora non ci sono più scusanti. Il sistema di potere è uno solo, la colpevole volontà di rimescolare le carte secondo le convenienze è la stessa. Addio Giorgio Napolitano. Qui di seguito, nell'ordine: il pezzo meno fazioso che sono riuscito a trovare su 'Il Giornale', pubblicato oggi sul sito; due lettere di cittadini inviate al Capo dello Stato seguite dalla risposta del Presidente e pubblicate sul sito della Presidenza della Repubblica, poi riprese dal quotidiano L'Unità.
Costituzionalisti in ordine sparso: "Eversiva". "No"
Da 'Il Giornale'
Roma - Non è del tutto una novità che anche la Costituzione - dopo tante leggi - finisca per essere interpretata in maniera diversa da esperti del ramo. Ma mai come in occasione del decreto varato l’altro giorno, con cui si permette alle liste del Pdl di rientrare in gioco nel Lazio e in Lombardia, la disputa si è fatta accesissima. Spara a palle incatenate Gustavo Zagrebelsky, nominato da Scalfaro nella Consulta di cui è stato poi presidente fino al 2004 e oggi docente all’università di Torino: «Un abuso, una corruzione della forza della legge per violare assieme uguaglianza e imparzialità», sostiene a muso duro.Ma a replicargli di fatto con analoga decisione è Nicola Zanon, ordinario di diritto Costituzionale all’Università di Milano: «Chi, come Di Pietro, accusa il capo dello Stato dovrebbe forse leggere la premessa del decreto dove si parla di rendere effettivo l’esercizio dell’elettorato attivo e passivo. E del resto le norme contenute nei commi 2 e 3 del decreto (con cui si sana la situazione in Lombardia, nda), sono già in gran parte contemplate nella giurisprudenza e nelle istruzioni del Viminale, anche se hanno dato vita ad interpretazioni divergenti. Per cui ci può stare una interpretazione autentica».Tutto a posto, dunque? Da Padova replica acida Lorenza Carlassare: «Non c’è modo legale di sanare quella situazione!». Con lei concorda Valerio Onida, anche lui già presidente della Consulta, che sentenzia deciso: «È un’altra legge ad personam». E dunque non saremmo per niente alla soluzione. Solo che ad essi si contrappone, con altrettanto vigore Annibale Marini, presidente emerito anche lui della Consulta: «Sgombriamo intanto il campo dall’idea che si tratti di un decreto eversivo, visto che leggi e decreti interpretativi non sono certo una novità». Non dimenticando di aggiungere che «inaccettabile casomai sarebbe stato un rinvio delle elezioni...». Né manca chi, come Cesare Mirabelli, anche lui già membro della Consulta, nega di vedere nel decreto chiare tracce di incostituzionalità, anche se forse «le norme eccedono la pura interpretazione».Insomma, c’è chi parla di anticostituzionalità evidente. Chi ribatte che non ve n’è traccia alcuna essendoci state anche in passato norme d’urgenza tese a decifrare contenuti sui quali pesavano interpretazioni divergenti fino allo strappo.Divisioni secche. Accanto alle quali però, nel fiume di parole dei costituzionalisti che ha preso a scorrere da 24 ore, galleggiano anche un paio di concetti che non si dividono tra le sue sponde opposte. Intanto sono in parecchi - quasi la maggioranza - a sostenere che probabilmente non si poteva fare in altro modo per sanare una situazione assai complessa. Giuliano Amato ad esempio, che certo non si può accostare al centrodestra, nota che in definitiva «questo sgradevolissimo decreto toglie tutti da un serissimo impiccio». Con Giuliano De Vergottini a dirsi d’accordo visto che solo in questo modo si evita «il rischio di fare slittare le elezioni», che - quello sì - avrebbe comportato un vulnus grave per la democrazia.Il secondo punto che fa trovare molti d’accordo è la firma di Napolitano. Persino Zagrebelsky parla di «etica della responsabilità» del capo dello Stato, accusando Di Pietro di «irresponsabilità». Anche Michele Ainis, sollecitato ad un chiarimento dall’Unità, trova che «la firma del capo dello Stato ci sta». E dunque la differenze restano, ma il via libera del Quirinale va accettata. Dov’è l’errore?
Napolitano: "Esclusione del Pdl non era sostenibile, il decreto l'unica soluzione"
Da 'L'Unità'
Il presidente della Repubblica ha deciso di rendere note le ragioni della sua firma al decreto interpretativo varato ieri sera dal governo sul tema delle liste elettorali. Napolitano ha scelto di rispondere sul sito del Quirinale a due delle tante lettere di cittadini ricevute in queste ore, che pubblichiamo integralmente prima della risposta del presidente.
«Signor Presidente della Repubblica, le chiedo di non firmare il decreto interpretativo proposto dal governo in quanto in un paese democratico le regole non possono essere cambiate in corso d’opera e a piacimento del governo, ma devono essere rispettate da tutte le componenti politiche e sociali per la loro importanza per la democrazia e la vita sociale dei cittadini italiani.
Confidando nella sua serenità e capacità di giudizio per il bene del Paese e nel suo alto rispetto per la nostra Costituzione. Cordiali saluti».
Alessandro Magni
«Signor Presidente Napolitano, sono a chiederle di fare tutto quello che lei può per lasciarci la possibilità di votare in Lombardia chi riteniamo che ci possa rappresentare. Se così non fosse, sarebbe un grave attentato al diritto di voto».
In fede
M. Cristina Varenna
La risposta di Napolitano:
«Egregio signor Magni, gentile signora Varenna, ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto. Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici.
Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano. Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.
Non si può negare che si tratti di “beni” egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere – neppure in Lombardia – "per abbandono dell’avversario" o "a tavolino”. E si era anche da più parti parlato della necessità di una “soluzione politica”: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso.
Una soluzione che fosse cioè “frutto di un accordo”, concordata tra maggioranza e opposizioni? Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all’autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall’altra parte.
Ma in ogni caso – questo è il punto che mi preme sottolineare – la “soluzione politica”, ovvero l’intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.
Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.
La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri».
Cordialmente
Giorgio Napolitano06 marzo 2010

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