lunedì 30 giugno 2008

Magnaccia, contadini e intercettazioni...

...intanto i problemi del Paese restano irrisolti...

Lucia Esposito per Libero

Il giallo del furto delle intercettazioni. Il mistero delle carte che sarebbero sparite dalla casa del procuratore aggiunto Paolo Mancuso. La notizia si è diffusa poco prima che l’Espresso pubblicasse le conversazioni telefoniche tra l’ex presidente di Rai Fiction Agostino Saccà e il premier Silvio Berlusconi.Uno dei magistrati titolari dell’inchiesta ha subìto un furto. Qualcuno gli ha rubato le intercettazioni che lui si era portato a casa. L’Arsenio Lupin giudiziario avrebbe colpito senza lasciare traccia. Immediato il collegamento con lo scoop del settimanale del gruppo De Benedetti. Un topo d’appartamento col senso della notizia e un tempismo sorprendente se si pensa alla legge che impedirà ai giornalisti di pubblicare le conversazioni telefoniche intercettate dalla magistratura. Un giallo nella notizia. Chi ha rubato quelle carte? E come faceva a sapere che erano a casa del procuratore aggiunto? Chi ha commissionato il furto? Le domande si sono rincorse, ma dalla Procura arrivano solo smentite.

FUGA DI NOTIZIE

Di certo c’è che lo scorso inverno il procuratore aggiunto napoletano Paolo Mancuso - titolare dell’inchiesta - presenta una denuncia per tentato furto. Dei ladri cercano di scassinare la cassaforte della sua abitazione di via Posillipo ma, sentiti dai vicini, si danno alla fuga. Non portano via nulla. Tanto meno le conversazioni telefoniche che riguardano il Cavaliere. «Non c’è stato nessun furto, nessuna fuga di notizie, ma solo una denuncia per tentato furto. È una notizia falsa. Completamente infondata. Quelle carte erano state regolarmente depositate», spiega il capo della Procura di Napoli Giovandomenico Lepore. «A casa del dottor Mancuso erano entrati dei malviventi. Punto. Nessuno ha rubato le intercettazioni», conclude.Il procuratore aggiunto Paolo Mancuso, il fisico imponente come il suo curriculum, è già stato nominato procuratore capo di Nola ma non si è ancora insediato. Napoletano, cinquantanove anni, da trentatré in magistratura, quasi tutti nella sua città. Sposato, abita a Posillipo e ha la passione della caccia. Un magistrato molto conosciuto in città: modera convegni, tiene conferenze sulla criminalità, parla agli studenti. Esponente di spicco di Magistratura democratica, è accusato dal centro-destra di essere una “toga rossa”. Nel 2006 il suo nome è stato trovato nell’archivio segreto di via Nazionale del Sismi, insieme a quello del fratello Libero (ex presidente della corte d’assise di Bologna in pensione e ora assessore della giunta Cofferati) tra i magistrati “militanti” da sottoporre a osservazione.Giudice istruttore dal 1983 al 1991, si occupa delle inchieste sul clan Nuvoletta e sugli intrecci tra politica, affari e camorra. Diventa il giudice simbolo della lotta alla camorra. Passato alla procura continua a occuparsi di criminalità, coordina le inchieste nate dalle rivelazioni dei due boss, Carmine Alfieri e Pasquale Galasso. Uno di questi filoni porta all’arresto di Antonio Gava (poi assolto) e ad avvisi di garanzia per altri parlamentari democristiani.

Da procuratore aggiunto coordina le indagini che nel 2002 portano all’arresto di otto poliziotti per presunte violenze nei confronti dei no global. Con Agostino Cordova diventa coordinatore della direzione distrettuale antimafia e indaga anche le coop rosse per presunti appalti truccati della ricostruzione nella zona di Nola. Dopo qualche anno sarà proprio lui uno dei leader della rivolta contro Cordova che porterà al trasferimento per incompatibilità ambientale del capo della Procura. Nel 2004 è lui a finire sotto inchiesta. Dopo gli omicidi di Francesco Tortora e Domenico Riccio, vittime della faida di Secondigliano, viene fermato Andrea Spiezia sospettato di essere il killer. I poliziotti vogliono sottoporlo all’esame dello stub per accertare la presenza di tracce di polvere da sparo. Lui dichiara: «L’analisi sarà certamente positiva perché il 21 novembre, giorno dei delitti, ero in Albania».assoltoA quella battuta partecipano anche Paolo Mancuso e un funzionario della questura. Il magistrato va spesso a caccia con l’imprenditore Stefano Marano che ha il telefono sotto controllo perché ha affittato una casa a uno dei figli di Paolo di Lauro, il boss di Secondigliano. Marano ha rapporti con alcuni esponenti della criminalità i quali gli chiedono di attingere notizie dal magistrato. Durante una di queste telefonate Marano dice: «Allora non hai capito che al telefono non bisogna parlare?». I magistrati romani che indagano sul collega Mancuso sospettano che sia stato lui a informare l’amico che il sua telefono era controllato. Accuse infondate. L’indagine penale viene archiviata. E il procedimento disciplinare finisce con un’assoluzione. L’anno scorso il procuratore aggiunto, insieme con il sostituto Vincenzo Piscitelli, indaga Berlusconi per la corruzione di Saccà. Le ultime telefonate in cui il Cavaliere segnala questa o quell’attrice sono finite prima sull’Espresso poi su tutti i giornali.

DI PIETRO ATTACCA BERLUSCONI: FA UN LAVORO DA MAGNACCIA

Da Libero - Dal suo Molise, Antonio Di Pietro torna alla carica contro il governo Berlusconi, cavalcando l’onda delle polemiche sulle ultime intercettazioni che riguardano il presidente del Consiglio e Agostino Saccà. L’occasione propizia è il congresso programmatico dell’Italia dei valori, che dopo le elezioni ha adottato una linea diversa da quella del Partito democratico, preferendo lo scontro politico al dialogo con la maggioranza. “Le intercettazioni che loro vogliono limitare ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo”, ha dichiarato Di Pietro che non si è fermato e ha aggiunto che “Berlusconi sta utilizzando tutto questo tempo in parlamento per farsi le leggi che servono a lui, soprattutto una legge che gli permette di non essere più processato, fosse manco il Padreterno”, riferendosi al lodo Schifani.Immediatamente sono scattate le repliche degli esponenti del centrodestra. Il primo è stato il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi che ha duramente attaccato l’ex magistrato ed il suo partito: “Il fatto più paradossale ma al tempo stesso illuminante dei nodi irrisolti, culturali prima ancora che politici, della vita politica italiana è rappresentato da un movimento autenticamente reazionario come quello di Antonio Di Pietro”. Nella polemica è intervenuto anche Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia: “Se Di Pietro indagasse su Di Pietro, se cioè qualcuno indagasse su di lui con metodi alla Di Pietro, l'ex pm e il suo partito sarebbero politicamente travolti”. Il portavoce di Berlusconi, nonché Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti ha definito "rozzo" il linguaggio di Di Pietro.La stoccata finale però arriva da Niccolò Ghedini, deputato del PdL e avvocato del Cavaliere: "Verranno espedite tutte le giudiziarie conseguenti". Querele in arrivo per l'ex pm che ai giornalisti che lo attendevano per la conferenza stampa ha chiesto di fare in fretta: "Sto trebbiando dalle 6 di questa mattina e devo ancora finire".
Dagospia 30 Giugno 2008

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